Fedele Romani che si innamorò delle vele che andavano “vagando” per il mare

Fedele Romani  che si innamorò delle vele che andavano “vagando” per il mare

di Elisabetta Mancinelli

Ricordo di Silvi e delle variopinte vele sull’antico Adriatico del poeta teramano Fedele Romani

Laureatosi in lettere alla Normale di Pisa insegnò prima al liceo di Teramo e poi a Firenze dove visse fino alla morte nel 1910.

I suoi interessi culturali furono estremamente differenziati.

Notevole l’apporto agli studi danteschi con la pubblicazione di numerosi saggi per la “Lectura Dantis”.

Si occupò inoltre di  dialettologia  e pubblicò approfondite indagini relative alle parlate d’Abruzzo, Sardegna, Calabria e Toscana e collaborò con numerosi periodici tra i quali La Gazzetta di Teramo, il Corriere Abruzzese. 

Fu caro amico di Giovanni Pascoli, che gli dedicò i  Poemi italici. La sua fama è legata soprattutto all’opera narrativa.

Fedele Romani

Ebbe vasta risonanza la pubblicazione di Colledara : libro di memorie che descrive personaggi e vita quotidiana di varie località abruzzesi che rappresenta la sua autobiografia intellettuale.

Fu anche autore di poesie nel dialetto della montagna teramana.

L’INCANTEVOLE VILLAGGIO DELLA SILVI DI UN TEMPO descritto da Fedele Romani

Nei primi anni del ‘900 il paese aveva ancora un aspetto selvaggio : sia la spiaggia che le colline circostanti erano ricoperte di boschi ,da qui il nome “Silvi” dal latino “Silvae” che indica appunto questa antica conformazione del litorale.

Un litorale che all’epoca aveva colori che andavano dal verde bottiglia dei boschi circostanti al verde-turchese del mare Adriatico quel mare che D’Annunzio chiamò “selvaggio, verde come i pascoli dei monti”.

Il Romani ebbe più volte occasione nella sua vita di visitare Silvi e nel 1909 così definisce questo incantevole villaggio:

“la spiaggia è tra le più belle d’Italia tutta verdeggiante di vigne e d’ulivi, tutta ridente di villette, variamente sparse ed aggruppate”.

In una di queste visite recatosi sull’altura dove sorge il paese, godendosi lo spettacolo in cui l’occhio può spaziare da una parte fino al promontorio di Ancona e dall’altra allo sperone del Gargano, così descrive le vele dipinte variopinte che solcavano le onde dell’Adriatico sottostante.

“ Un non so che di barbarico e orientale e dirò di turchesco… Andavano vagando qua e là per il mare le paranze delle vele dipinte a vivi colori, i quali, poiché tra essi predominavano il giallo e il rosso, formavano mirabili e liete armonie. Ogni barca o, per dir meglio ogni coppia di barche nelle acque abruzzesi, porta il sacramento. La luna, il sole, la croce… Si sentono tra i marinai frasi come queste: è uscito il sacramento, è uscito il sole, è uscita la croce per indicare che le barche con questi emblemi si sono avanzate in mare per la pesca”.

In un interessante documento del primo decennio del Novecento il poeta e scrittore Romani, che si trovava in Germania a Colonia, descrive una particolare peculiarità del magico paese: l’uva d’oro.

“Nella vetrina di un negozio scorsi al posto d’onore alcune scatole d’uva fresca, d’un biondo così puro e trasparente che pareva staccata allora dalla vite”.

Quell’uva, indicata col nome di “Goldhi-vauben” appunto uva d’oro, era l’ appellativo usato in genere dai tedeschi nei riguardi dell’uva di Silvi.

Fu essa a porgere al poeta il nostalgico saluto alla sua terra d’Abruzzo.

Anche Gabriele D’Annunzio, che nel periodo del Cenacolo francavillese si recò spesso a Silvi con i suoi amici e da solo, trasse probabilmente ispirazione dalla visione delle paranze che numerose uscivano nel mare antistante il paese per la pesca quando compose questi inimitabili versi:

“Rientran lente da le liete pèsche sette vele latine, e portan seco delle ondate fresche di fragranze  marine. Son bianche, rosse, gialle e su ci raggia l’occhiata ultima il sole; s’allunga l’aura una canzon selvaggia”.

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