Europei di calcio .Iniziate a leggere questa storia e, se dovesse andar male, tornate a leggere il finale

Europei di calcio .Iniziate a leggere  questa storia e, se dovesse andar male, tornate a leggere il finale

di Marco Verdecchia

Cominciano gli europei e, per almeno tre partite, sentiremo l’inno nazionale accompagnato dal lento scrutinare, da parte della telecamera, dei volti tirati dei nostri eroi calcistici per i quali è ormai diventato rituale eccitarsi al massimo orgasmo sportivo gridando «l’Italia chiamò!». E sia.

Per me che sono un “ex grande appassionato”, l’incip di quella melodia prima di una partita della nazionale fa scattare una certa sequenza di neuroni che, ineludibilmente e indipendentemente dalle altre cellule neurali che regolano la mia volontà, sovrappone alle prime note del “Mameli” la voce di Nando Martellini che recita: «Zoff, Gentile, Cabrini, Oriali, Collovati, Scirea,…»; la sequenza va recitata con una leggera pausa dopo Cabrini e Scirea, perché lo spartito delle grandi formazioni è scritto in 3/4 e quindi Zoff e Oriali sono sul “tempo forte” e conseguentemente la loro pronuncia va accentata. Non me ne vogliano i fans del Presidente del Consiglio che delle parole di quell’incipit hanno fatto il nome del partito (a loro questo mio riflesso incondizionato parrà blasfemo) ma non ci posso far nulla, è una reazione che non riesco a dominare.

Volevo raccontarvi una cosa che, mi auguro di tutto cuore, sarà inutile da leggere e da conoscere. Ma se – Dio non voglia! – dovessimo ascoltare l’inno solo tre volte prima di tornare mestamente a casa dall’europeo di Germania 2024, tornate qui e leggetevi la storia che segue.

Io e Daniela abbiamo due carissimi amici che abitano a Milano e, più precisamente, alla fine di quella sorta di autostrada urbana che dal centro della città conduce, senza neanche una leggera flessuosità nel suo percorso, verso i vari gusci della periferia milanese. I nostri amici hanno due figli, il minore dei due ha ventidue anni e, per poter raccontare le imbarazzanti vicende che mi ha narrato poche settimane fa quando è stato ospite a casa nostra, lo chiameremo con un nome di fantasia: Gianni.

Lo chiamiamo così perché questo ragazzo è un grandissimo tifoso del Milan e, malgrado la sua giovane età, non gli sfugge certo chi era Gianni Rivera: un immenso fuoriclasse (mi pesa dirlo, io sono interista); lo fu in campo ma anche fuori dopo aver terminato la sua carriera sportiva, anche perché non si è mai fatto ammaliare da insistenti e suadenti sirene che avrebbero sedotto anche il più illibato e virtuoso dei maschi (questa è un po’ tosta da capire, ma non posso stare a spiegarvi sempre tutto, studiatevi la sua biografia su wikipedia).

Il mio giovante amico è, come detto, uno sfegatato tifoso del Milan. Molti anni fa, quando io e mia moglie fummo ospiti dei suoi genitori, Gianni dormì sul divano del soggiorno mentre io e Daniela venimmo comodamente ospitati nella sua camera da letto: fu per me una notte terribile. I genitori di Gianni erano stati di una gentilezza squisita per cui, pur dopo aver riflettuto a lungo, non me la sentii di confessare che mi faceva schifo dormire proprio lì, sotto la gigantografia di Stephan El Shaarawy (allora centravanti del Milan) ma avrei preferito, di gran lunga, passare la notte nella umida cantina del semi-interrato o nel sottoscala, ovvero potevo anche dormire in macchina. Quella stanza era un’ossessione, non si poteva neanche “girarsi dall’altra parte” perché tutte le pareti erano tappezzate da sciarpe, gagliardetti, icone sacre, e varia paccottiglia a strisce rossonere. Dopo essermi coricato, serrai gli occhi e abbracciai forte Daniela cercando almeno un parziale conforto dal calore del suo corpo che già si addormentava senza nulla percepire del mio dramma.

Più o meno nello stesso periodo capitò che Gianni e i suoi genitori furono nostri ospiti a Tortoreto (eravamo lì “sfollati” dopo il terremoto dell’Aquila); naturalmente vietai a quell’odioso fan milanista di esporre nella mia casa qualunque manufatto che richiamasse la squadra rossonera e imposi ai suoi genitori, pena l’immediata espulsione da casa, di non far indossare a quella “piccola bestia” dei capi di abbigliamento con i colori sociali del Milan. Nonostante queste severe prescrizioni, il piccolo Gianni fece altri danni: mi devastò quasi ogni filo d’erba del giardino (da me curatissimo) perché scambiava per un pallone qualunque oggetto che potesse prendere a calci e che si trovasse sopra il prato; ogni mattina, appena rinvigorito dai pochi zuccheri della colazione, si convinceva di essere El Shaarawy e tirava proiettili di variegate forme nello spazio compreso tra due piccoli tremebondi abeti sempre più spelacchiati (aveva con tutta evidenza deciso che quella era la porta dello stadio di San Siro). Appena i nostri amici furono ripartiti per Milano, andai al vivaio a ricomprare qualche geranio per rimpiazzare almeno in parte le vittime di quella barbara devastazione causata dal bambino longobardo.

Sta di fatto che, sebbene non sembrasse proprio El Shaarawy e meno che mai Rivera, Gianni era un piccolo talento che prese a farsi apprezzare nei campetti della sua zona e poi, gradualmente, anche nei quartieri limitrofi, fino ad approdare in una squadra “satellite” del suo club preferito. Nel lungo periodo in cui non ci siamo visti, ho chiesto spesso a suo padre se quel figlio fosse finalmente diventato interista (nessuna speranza!). In compenso il mio amico mi assicurava che il ragazzo era diventato un bravo centravanti davvero, progrediva ogni anno e ormai giocava come inamovibile titolare di una squadra giovanile che disputava con ottimi risultati il campionato provinciale; l’aggettivo (provinciale) può qui sembrare “riduttivo”, ma parliamo di una provincia dove vive circa il 10% della popolazione italiana. Insomma, davvero sembrava mancasse poco che quei due piedi “da Attila” che tanti danni avevano arrecato al mio giardino, si trovassero finalmente a correre (almeno per un provino o un debutto) sull’erba del sontuoso stadio Giuseppe Meazza. Poi, in altre telefonate succedutesi nel corso degli anni, non parlammo quasi più delle velleità agonistiche del mio piccolo amico; non ne sapevo molto, ma intuii che le sue speranze si erano affievolite; pensavo avesse cambiato interessi (una fidanzata di cui era innamoratissimo?) o comunque si fosse attenuato quel sogno adolescenziale sostituito da altre ambizioni più peculiari dell’età adulta.

Ho rivisto Gianni e i suoi genitori poche settimane fa; non avevamo avuto altre occasioni da tanto tempo e stavolta sono stati nostri ospiti a cena. Adesso il “ragazzino” ha 22 anni; ha deciso di fare il medico come sua madre, prosegue gli studi brillantemente e ha abbandonato la carriera calcistica, se non per partecipare a tutti i tornei, le sfide e i goliardici incontri sui campi di calcetto che i suoi studi gli consentono.

A tavola l’ho fatto sedere al mio fianco; è stata una mia imposizione. Dovevo certo vendicarmi di quella notte quasi insonne trascorsa a casa sua dentro il reliquiario rossonero di cui lui era priore. Mi è bastato poco per consumare la rappresaglia da tanto attesa. È stato sufficiente ricordare l’esito degli ultimi sei derby in cui i milanisti hanno subito altrettante imbarazzanti umiliazioni e, in particolare, l’ultimo scontro diretto che coincideva con la conquista del ventesimo scudetto nerazzurro. Con Gianni questi discorsi sono molto piacevoli, non solo perché, nella circostanza, avevo facili argomenti recenti per sopraffarlo, ma soprattutto perché è un ragazzo molto intelligente che non si arrabbia per queste cose e (qui divento serio) sa stare al gioco (il calcio È un gioco), vive la passione sportiva e l’agonismo in maniera sana, giocosa e divertente; l’antagonismo è per lui esercizio ludico e non violento. Ha provato a contarmi il numero di ”Champions” vinte dal Milan, ma doveva tornare indietro di parecchi anni e per la sua mente (che “breve ha la memoria il corso”) non era facile.

Quando Gianni annaspava, per aiutarlo, gli ho chiesto del perché avesse abbandonato lo sport agonistico e qui ha iniziato a raccontarmi una serie di episodi davvero sconcertanti, emblematici di quanto, nel nostro paese funziona male (anche) il calcio. Tra tutti gli aneddoti ne scelgo uno che è sufficiente a far capire. Un certo giorno, a inizio stagione, Gianni (circa diciottenne) arriva all’allenamento e l’allenatore lo cerca appena esce dagli spogliatoi per comunicargli, in maniera alquanto laconica, il nuovo assetto tecnico della squadra: «Quest’anno non giochi più centravanti, ma mediano», e quando il ragazzo, pur con tutta l’educazione del caso, chiede almeno una sintetica spiegazione, quel “tecnico” non ha peli sulla lingua e rivela la ragione della sua decisione in maniera tanto chiara quanto lapidaria: «Perché devo far giocare centravanti il figlio di…». Gianni accetta e non può fare altro; si consolerà a fine stagione perché avrà segnato più gol lui, da mediano, che il «figlio di …» che è stato inamovibile centravanti titolare per trenta partite.

Durante quella conversazione ho appreso da Gianni anche dell’esistenza di una oscura categoria di uomini nota nell’ambiente come “osservatori”. Si tratta per lo più di ex mediocri giocatori divenuti ormai obesi; pare che tali esemplari si aggirino con le loro panze sulle gradinate dei campionati giovanili e si piazzano nei pressi dei gruppi dei genitori più “agguerriti” che sono lì a tifare per le gesta dei loro figli. Gli “osservatori” hanno movimenti e gesti molto studiati: si fanno riconoscere perché tirano fuori ogni tanto un taccuino su cui fanno finta di appuntarsi qualcosa durante la partita; lo fanno, però, con una giusta ambiguità “di tempi”, ovvero in maniera che chi lo osserva non comprende se si sta “segnando” il numero della maglia del centrocampista che ha tentato il dribbling o del difensore che è intervenuto in tackle soffiandogli il pallone. Ed è allora che abbocca il più ambizioso e spregiudicato dei genitori: costui infatti si avvicina e comincia una lunga trattativa. Il risultato è che uno dei due ragazzi sarà presto a fare un provino a Milanello, dove si allena la prima squadra del Milan, ma non sarà quello più bravo, ma solo quello che ha il genitore più intraprendente e disinvolto. L’ho fatta breve, ma i particolari sarebbero tanti e davvero poco gratificanti per la nostra generazione di italiani.

Non è esagerato, a mio modesto parere, dedurre che abbiamo “saltato” due mondiali perché non scegliamo bene i calciatori da far arrivare in prima squadra. E non è forzato desumere che se non sappiamo scegliere i bravi calciatori, non sappiamo scegliere neanche i bravi medici, i bravi ingegneri, i bravi commercianti, i bravi docenti universitari, i bravi artigiani, i bravi maestri. Insomma, non scegliere bene i parlamentari sembra il male minore.

Il mio giovane amico Gianni diverrà certamente un bravo medico. Speriamo almeno di potercelo tenere come tale: che non vada a esercitare la sua preziosa professione nel Real Madrid o nel Bayern.

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