Elisabetta ci racconta di San Biagio

Elisabetta ci racconta di San Biagio

di Elisabetta Mancinelli

SAN BIAGIO: LA STORIA E LE TRADIZIONI

SAN  BIAGIO  la  storia  e  le  tradizioni  

San Biagio, la cui ricorrenza cade il 3 febbraio, viene venerato  in  moltissime  città e località italiane, delle quali, di molte, è anche il santo patrono e festeggiato  anche in tanti centri della nostra regione, in cui il culto del santo armeno,  dal significato  taumaturgico e socio-identitario, viene rivissuto profondamente. 

                                                                     LA VITA

Poco si conosce della vita di San Biagio. Notizie biografiche sul Santo si possono riscontrare nell’agiografia di Camillo Tutini, che raccolse numerose testimonianze tramandate  oralmente. Si  sa che fu medico e vescovo di  Sebaste  in Armenia  e  che  il suo  martirio  è avvenuto durante  le  persecuzioni  dei  cristiani, intorno al 316, nel  corso dei contrasti  tra  gli  imperatori Costantino (Occidente) e Licino (Oriente).
Catturato dai Romani fu picchiato e scorticato vivo con dei pettini di ferro, quelli che venivano usati per cardare la lana, ed infine decapitato per aver rifiutato di abiurare la propria fede in Cristo. Il Santo è conosciuto e venerato tanto in Occidente, quanto in Oriente e  il  suo culto è molto diffuso sia nella Chiesa Cattolica che in quella Ortodossa.
Nella sua città natale, dove  svolse il suo  ministero vescovile, si narra che operò numerosi miracoli, tra gli altri si ricorda quello per cui è conosciuto, ossia, la guarigione, avvenuta durante il periodo della sua prigioni di un ragazzo da una lisca di pesce conficcata nella trachea. Tutt’oggi, infatti, il Santo lo si invoca per i “mali alla gola”. Biagio fa parte  dei  quattordici  cosiddetti  santi  ausiliatori, ossia, quei santi invocati per la guarigione di mali particolari. Le reliquie di San Biagio sono custodite nella Basilica di  Maratea,  città   di  cui  è  santo   protettore: vi arrivarono nel 723 all’interno di un’urna marmorea con un carico che da Sebaste doveva giungere a Roma, viaggio poi interrotto a Maratea, unica città della  Basilicata che si affaccia sul  Mar Tirreno, a causa di una bufera.

Si racconta che la le pareti della Basilica, e più avanti anche la statua a lui eretta in cima alla Basilica, stillarono una specie di liquido giallastro che i fedeli raccolsero e usarono per curare i malati che viene chiamata “manna celeste”.
Per Maratea il Santo ha  una valenza particolare e viene festeggiato per  2 volte l’anno; il 3 febbraio e il giorno  dell’anniversario  della  traslazione  delle  reliquie, dove i festeggiamenti durano 8 giorni, dal primo sabato di maggio fino alla seconda domenica del mese.                 A  Milano vige l’usanza di  festeggiarlo in famiglia mangiando i resti dei panettoni avanzati a Natale.  

Lanzara, una frazione della  provincia  di  Salerno, è  tradizione  mangiare la famosa “polpetta     di San Biagio”.


Nella città di Salemi, invece, si narra che nel 1542 il Santo salvò la popolazione da una grave carestia, causata da un’invasione di cavallette che distrusse i raccolti nelle campagne, intercedendo ed esaudendo le preghiere del popolo che invocava il suo aiuto (san Biagio, infatti,” è anche protettore delle messi); da quel giorno a Salemi, ogni anno il 3 di febbraio, si festeggia il Santo preparando i cosiddetti “cavadduzzi”, letteralmente “cavallette”, per ricordare il miracolo, e i “caddureddi” (la cui forma rappresenta la  “gola”), che sono dei piccoli pani preparati con acqua e farina, benedetti dal parroco e distribuiti poi ai fedeli.                                

A Cannara, invece, un comune della provincia di Perugia, i festeggiamenti del Santo sono occasione per sfidarsi in antichi giochi di abilità popolani  tra cui il gioco, attestato già nel XVI secolo, del “Ruzzolone”,  che consiste  nel  far rotolare il più a lungo possibile delle forme di formaggio per le vie del centro storico. A Fiuggi,invece, la sera prima, si bruciano nella piazza del paese davanti al municipio le “stuzze”, delle grandi cataste di legna a forma piramidale, in ricordo del miracolo avvenuto nel 1298 che vide San Biagio far apparire delle finte fiamme nella città, tanto da indurre le truppe nemiche, che attendevano fuori le mura pronte ad attaccare, a ripiegare pensando d’esser state precedute dagli alleati.

           Lu sande cannarate . La festa di San Biagio in Abruzzo

“Per San Biagio, il Mitrato, il freddo è andato”, è un antico proverbio diffuso particolarmente nelle zone rurali e delle montagne abruzzesi che si recita in occasione della festa del Santo come auspicio del passaggio dall’inverno alla primavera. Il culto per San Biagio è tra i più diffusi d’Abruzzo, chiese, santuari, cappelle, altari in suo onore si trovano in molti luoghi della regione. Tanti sono i riti devozionali in gran parte legati ad episodi della sua vita. I rituali più diffusi nel giorno della festa sono l’imposizione sulla gola di due candele incrociate e legate con un nastro rosso  intorno al collo del fedele (anticamente si usava olio benedetto) e la distribuzione e il consumo delle ciambelle  taralli e pani benedetti. San Biagio è   il protettore degli agricoltori dei suonatori di strumenti a fiato  degli avvocati e  dei cardatori della lana in riferimento al suo martirio, fu torturato con pettini di ferro.

Nell’area ecclesiastica di Penne-Pescara San Biagio ha il grado di memoria obbligatoria. Secondo Patrono di Penne è patrono di Atri per i numerosi contatti tra la città vestina e quella acquaviviana. San Biagio è immortalato nel coro della Cattedrale  a mezzobusto  nell’iconografia tradizionale di Vescovo maturo e barbato con il pettine strumento di tortura.

A Fontecchio  si  festeggia  da secoli il Patrono San Biagio. Un tempo la ricorrenza  richiamava per  due giorni  numerosi pellegrini delle zone limitrofe anche per lo svolgersi di una grande fiera come momento di scambio di merci e vendita  di prodotti agricoli e di tanto bestiame.  Attualmente nella mattinata del 3 febbraio si celebra la Messa Solenne nella chiesa Parrocchiale di Santa Maria della Pace con canti della Schola Cantorum, al termine si ripete il rito dell’unzione della gola agli abitanti  del paese e ai pellegrini giunti dalle vicinanze. Il rito si effettua con la candela intinta nell’olio benedetto, seguito dal bacio della reliquia e dalla distribuzione delle ciambelle benedette che,   realizzate nelle case di  Fontecchio, vengono  donate a tutti.   L’impasto  ripete l’antica ricetta con piccole varianti: due uova, 200gr di olio,300 gr di zucchero,un bicchiere di latte, un Kg di farina, 1 arancia e limone grattugiati, una bustina di lievito, una di vanillina, un pò di liquore e confettini colorati per decorare

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 A Lecce  nei  Marsi, in  località  Vallemora, dove è ubicata una  chiesetta dedicata al Santo, viene acceso un grande falò, vengono benedette le “sciambelle” di San Biagio e vige anche l’uso di benedire bottigliette di olio da distribuire ai fedeli che le portano nelle case e le custodiscono gelosamente, attribuendo all’olio virtù taumaturgiche. A Penne nella Chiesa di San Domenico è invece custodito  il cranio del santo che Carlo II d’Angiò donò alla comunità. Nel duomo di San Flaviano a Giulianova, è conservato il braccio di san Biagio in un raffinato reliquiario in argento dalla foggia di braccio con mano benedicente e recante una palma, datato 1394 e firmato da Bartolomeo di sir Paolo da Teramo. 

                                              TARALLI DI SAN BIAGIO

Particolare devozione si pone nella benedizione dei caratteristici  Taralli di San Biagio, impastati seguendo le antiche ricette e sacralizzati durante la Messa solenne in occasione della festività del 3 febbraio. Si preparano in gran quantità  in alcuni paesi abruzzesi, si mangiano poi il giorno stesso e quelli a venire , li si regalano agli amici e parenti e   vengono consumati da adulti e bambini perché si ritiene proteggano da tutte le infermità legate alla gola: in passato erano consumati per prevenire una malattia abbastanza diffusa nelle zone interne della nostra Regione, il gozzo.

                                                                      RICETTA

Ingredienti: 

2,5 kg di farina 00

1 kg di lievito madre lavorato (avrete bisogno di circa 800 g di farina 00, oltre i 2,5 kg)

25g di lievito di birra (per il lievito madre) + 75 gr di lievito di birra

600 gr di zucchero

750 ml di vino bianco fermo

380 ml di olio evo
acqua 
100 g di semi d’anice

Preparare il lievito madre impastando 25 g di lievito di birra sciolto in un po’ d’acqua tiepida e 200 g di farina. Una volta lievitato (dopo un’ora circa), aggiungere altri 300 g di farina e l’acqua che basta e impastare di nuovo. Lasciare lievitare ancora e nel terzo passaggio aggiungere gli ultimi 300 g di farina e l’acqua che serve per impastare. Far lievitare ancora per circa un paio d’ore.
Disporre i 2,5 kg di farina in una fontana molto larga e al centro mettere l’impasto lievitato, il vino, l’olio, lo zucchero e i semi di anice. Unire il tutto e far lievitare l’impasto per circa 12 ore. Usare poi l’impasto ottenuto per stendere delle forme di taralli non troppo piccoli (circa 15 cm di diametro), cioè facendo dei serpentelli e torcendoli (impugnare i due capi e girarli in direzione opposta) e poi legandone i due capi curandosi di farli attaccare perché non si aprano. Immergerli in un tegame grande dove si sta facendo bollire dell’acqua e attendere che tornino a galla. Una volta tolti dall’acqua, stenderli su un canovaccio per farli asciugare. Infornare poi a 180/200°C.

Ricostruzione storiografica di Elisabetta Mancinelli  

email :   mancinellielisabetta@gmail.com

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