Dino Lanciaprima calciatore a partigiano
di Luigi Braccili
BERARDO LANCIAPRIMA
Il suo nome era quello di Berardo, ma, visto che i teramani con questo nome erano tantissimi nella città “pretutiana”, diventò presto Dino, per un vezzo diffuso nella paesanità, ma non per fare uno sgarbo al patrono di Teramo, quel San Berardo, il vescovo che liberò la città dalle invasioni dei barbari. Si ritrovò presto a giocare a pallone, nel campo, dietro Porta Romana, fece trasalire tecnici e dirigenti per la sua classe precoce.
Ala destra, velocissimo era solito portare il pallone quasi incollato ai piedi sulla linea del fallo per arrivare al “cross” o al tiro che era, come si diceva allora, al …fulmicotone. Esordì nel 1937 nell’ “Interamnia” ,la
due fiumi. Fu un trionfo. Fu il momento in cui “il littoriale” ,quotidiano sportivo romano, oggi “Corriere dello Sport”. aveva dato vita ad un concorso , chiamato “l’asso lanciato” per giovani talenti calcistici. Lanciaprima vinse il concorso, insieme ad un altro abruzzese, il pescarese Carta che, pensate, anch’esso miracolato dalla guerra, si fece frate per onorare un voto, ma tenne il saio solo per qualche anno.
Vi fu addirittura un’asta per acquistare Dino, l’ala destra dai piedi buoni. a vincerla fu il Torino che stava allestendo in quegli anni il “grande Torino”. Allo scoppio della guerra il calciatore se ne tornò in Abruzzo e fece parte della favolosa “strapaesana” così chiamata perché formata da tutti atleti abruzzesi. Rileggiamo dalla cronaca di un giornale di allora
la composizione dell’attacco : Lanciaprima (Teramo), Paolini (Giulianova), Tontodonati, Maturo, Creziato (gli ultimi tre pescaresi).
Allo scoppio della guerra l’ala destra si ritrovò nella “sua” Teramo .
Il 25 settembre 1943 era con gli amici al “ceppo” del Bosco Martese, luogo reso famoso per aver aperto la Resistenza in Italia.
A questo punto, poiché chi scrive queste note lo intervistò dopo poco meno di un trentennio dai fatti nel suo negozio di detersivi, a pochi passi dal duomo dedicato a San Berardo del quale portava lo stesso nome, vengono riportate le sue stesse parole.
Cosa accadde quella mattina nebbiosa al mulino De Jacobis, poco prima della battaglia del bosco Martese ?
“Ricordo che eravamo in molti e ci organizzammo per fare la resistenza ai fascisti ed ai nazisti. Cercammo di portare più roba possibile al mulino, comprese le armi. Non prevedevamo però di essere attaccati subito.
L’attacco fu improvviso e fummo presi prigionieri in sette- prosegue l’ex calciatore-Eravamo tutti giovani dai 21 ai 25 anni. Io mi rassegnai a morire ma desideravo a quel punto di non soffrire.
Fu scelto anche il luogo della fucilazione sul ciglio della strada che porta al bosco . Arrivò ad un certo punto un graduato tedesco che gridò in uno stentato italiano ‘italiani, traditori, girarsi di schiena’. Questo ordine costituì la mia fortuna. Girandomi vidi sotto di me un burrone e mi venne in mente di morire correndo. Prima ancora che i nazisti sparassero, io ero saltato nel burrone ma due tedeschi mi spararono una raffica addosso.
Fui ferito ad una spalla, ma lì per lì non mi accorsi di nulla, continuai a correre con la forza della disperazione. Quando mi fermai mi accorsi di avere una spalla traforata dalla schiena al petto,
Corsi ancora per un’ora e mezza pensando ai miei compagni che erano rimasti al limite della strada. Crollai nelle vicinanze di un pagliaio
Fui riconosciuto e soccorso con l’amore che caratterizzava i nostri contadini.”
Nessun trionfalismo nelle parole dell’ex “asso lanciato”. Non si sentiva un miracolato, ma aveva gli occhi lucidi ripensando ai suoi amici trafitti dal piombo nazista.
Luigi Braccili
