Dalla mia autobiografia scientifica :La prima ragazza nuda e una strana confezione di oggetti “da donna”
di Marco Verdecchia
La mia carriera professionale iniziò che avevo appena compiuto 14 anni e da poco terminato la scuola media. Se dovessi oggi scriverlo sul mio curriculum, direi che ero vice-direttore responsabile di un supermercato; in pratica lavoravo come garzone in un piccolo negozio di alimentari (negli anni ’70, si chiamava supermercato un negozio un po’ più grande delle più comini botteghe e in cui la merce era esposta anche davanti al bancone).
Malgrado le umili mansioni a cui ero addetto, fu proprio durante quella estate che cominciò la mia carriera scientifica; iniziai infatti una serie di rigorose osservazioni scientifiche che avrebbero dovuto confermare – ma in realtà confutarono – alcune ipotesi teoriche che avevo congetturato e che necessitavano di una conferma sperimentale.
Il mio compito principale era di sistemare le merci sugli scaffali del “mio supermercato” e di pedalare con la mia bicicletta per portare la spesa ad alcune signore che abitavano in una sorta di elegante ed esclusivo “quartiere Parioli” della mia piccola città; in quelle circostanze mi recavo in eleganti dimore le cui padrone di casa non erano solite frequentare direttamente i negozi plebei, sicché quelle nobili dame ordinavano il “necessario” per telefono e sovente raccomandavano accoratamente al titolare del negozio che le mozzarelle fossero freschissime perché «Piergiorgio ha lo stomachino assai delicato». Nei primi giorni non riuscivo a non provare una certa avversione e anche un po’ di rancorosa invidia per quel mondo privilegiato, ma presto imparai a essere più pragmatico e apprezzare le cento lire che le mancate principesse generosamente mi elargivano in mancia, quasi a ogni servizio. Si trattava, tra l’altro, di somme che potevo non dichiarare al “fisco” (mia madre), sicché rappresentavano fondi preziosissimi di cui potevo disporre in totale autonomia per i miei “piccoli lussi” e, come vedremo tra poco, per “le mie prime indagini scientifiche”.
Quando non avevo buste della spesa da consegnare, prendevo i pacchi dal magazzino e riempivo gli scaffali se mi accorgevo che qualche prodotto cominciava a scarseggiare, quindi impacchettavo i cartoni vuoti che portavo in un altro magazzino a un paio di isolati di distanza. Finii presto per apprezzare quel mio primo lavoro che potevo anche svolgere in discreta autonomia, salvo che vivevo qualche momento di malinconia quando, dall’interno delle vetrine del negozio, vedevo signore in abiti succinti che si avviavano verso la spiaggia tenendo per mano bambini rumorosi e eccitati; invidiavo non poco quei miei coetanei che, con il salvagente a tracolla, andavano verso il mare e continuavano a fare una vita adeguata alla loro età.
Nonostante la sofferenza per quella precoce interruzione dell’idillio dell’infanzia, devo anche dire che i miei “datori di lavoro” mi trattavano assai bene e mi alleviavano non poco la dura quotidianità. Appena arrivavo, intorno alle otto del mattino, Nino – così si chiamava il proprietario del negozio – chiudeva la sua bottega per qualche minuto e andavamo insieme al bar a prendere un caffè, lusso di cui, fino ad allora, non avevo mai goduto. A metà mattinata, Nino e sua moglie Piera mi offrivano, per colazione, un succulento sfilatino ancora caldo di forno e imbottito con il prosciutto appena tagliato – anche questo alimento assai raro in casa nostra, soprattutto da quando era mancato mio padre –. Inoltre, in una sola stagione, da fine giugno fino all’inizio di settembre, il mio salario salì dalle iniziali 5000 lire a settimana fino al doppio di quella cifra inizialmente pattuita; Nino e Piera presero a volermi molto bene; apprezzavano la mia solerzia nello svolgere i compiti che mi erano assegnati e cominciarono a fidarsi totalmente di me al punto che, in alcune circostanze, mi sentii autorizzato a servire direttamente qualche cliente maneggiando i soldi alla cassa. Alla paga in denaro, che Nino onorava puntualmente il sabato sera, si aggiungeva anche un piccolo omaggio, solitamente un pacco di caffè o di biscotti, che riportavo a casa con sommo orgoglio.
Fu anche una estate in cui, per qualche motivo bizzarro che non sono in grado di ricostruire, scarseggiava lo zucchero. Nino riusciva a approvvigionarsi di una quantità molto limitata che teneva nascosta nel retrobottega e che razionava saggiamente solo ai clienti più affezionati; alla specifica richiesta di una cliente egli rispondeva sempre che «lo zucchero non c’era, non si trova, signora, mi dispiace!» ma, in alcuni casi, seguiva a quella frase un gesto discreto e convenzionale indirizzato a me; a quel segnale mi affrettavo ad andare nel retrobottega portando indietro una confezione di quella merce temporaneamente rara, ben incartata da una busta di carta grigia affinché nessuno ne potesse intuire il contenuto. Anche questa discreta condotta da parte mia, contribuì a guadagnarmi la fiducia dei miei primi datori di lavoro; mi ero conquistato in breve la loro incondizionata stima che non ho mai tradito.
Tra le clienti del negozio, c’era anche una particolare signora, molto bella, a cui solitamente portavo la spesa; il suo “rango nobiliare” non doveva essere troppo elevato perché quella donna non disdegnava di venire ogni tanto direttamente in negozio a comprare quanto le occorresse. Se le spesa era poi particolarmente abbondante, Nino le rassicurava subito: «La faccio accompagnare dal ragazzo, signora!». In una di quelle circostanze mi caricai le pesanti buste e accompagnai la signora verso il suo condominio; ricordo bene che abitava vicino alla chiesa e, a circa mezzo secolo di distanza, saprei ancora indicare con precisione a quale piano abitasse e come era posizionata sul pianerottolo la porta d’ingresso del suo appartamento. Quel particolare giorno avvenne poi che, appena aperta la porta, la signora urlò un nome femminile seguito da un sintetico messaggio alla figlia, circa ventenne, che viveva con lei: «Guarda, che sono con il ragazzo del supermercato». Di lì a poco capii facilmente che il messaggio aveva lo scopo di indurre la ragazza a indossare un abbigliamento meno essenziale di quello che aveva addosso in quel momento: le solo ciabatte. La fanciulla si infilò velocemente un accappatoio che aveva a portata di mano prima che io svoltassi dal corridoio verso il soggiorno dove lei si trovava, ma lo fece con un leggero (e per me provvidenziale) ritardo per cui io e i miei giovani ormoni riuscimmo, per un istante ci parve celestiale, a intravedere “qualcosa” di assai interessante, anzi decisamente attraente; uno spettacolo ammaliante di cui i miei occhi avidi e curiosi non avevano mai goduto fino a quel giorno.
Accadde poi, in uno dei giorni successivi, che quella bella e gentile signora – madre della Venere la cui immagine senza veli era ancora indelebile nella retina dei miei occhi – venne di nuovo in negozio, ma quel mattino sembrava avere particolarmente premura. Ricordo che era vestita con una generosa scollatura che apprezzai particolarmente; appena entrata, venne subito verso di me con un largo sorriso e, con voce bassa e tono discreto, mi chiese dove avrebbe potuto trovare gli assorbenti. Ben contento di aiutare quella stimolante bellezza (anche perché indissolubilmente legata all’immagine di quella figlia “troppo lenta” a indossare l’accappatoio), la invitai a seguirmi e le mostrai in successione tutti gli articoli che ritenni la potessero interessare: gli asciugoni da cucina (allora prodotto assai innovativo e anche raro a trovarsi), i panni-spugna per il lavandino, da quelli più economici a quelli più resistenti e duraturi. La mia sensuale interlocutrice mi ascoltava senza l’attenzione che mi sarei aspettato e, a un tratto, mi interruppe sussurrandomi una precisazione che mi parve del tutto pleonastica: «assorbenti da donna!». Poiché eravamo agli inizi degli anni ’70 e vivevo in un mondo assai tradizionalista e conservatore, la puntualizzazione mi parve, come detto, alquanto inutile: le donne lavorano molto in cucina, quindi gli assorbenti da donna, sono gli assorbenti da cucina, che altro potevano essere? Constatata la mia intenzione di non cambiare settore merceologico nella mia esposizione, la signora si allontanò anche un po’ infastidita dalla mia insistenza, per rivolgersi direttamente al proprietario del negozio; quindi costui le indicò senza esitazione un espositore bianco collocato in un angolo; si trattava di una merce che non avevo, sino a quel giorno, mai messo a fuoco. La donna prese la sua confezione dall’espositore, pagò alla cassa e uscì senza rivolgermi ulteriore attenzione.
Ci rimasi molto male. Avevo cercato, con i miei 14 anni, di essere quanto più cortese possibile; perché si era infastidita? Il quesito mi rimbalzò nella testa per un po’, prima di essere sostituito da un interrogativo scientifico destinato a tormentarmi ben più a lungo: «a cosa servivano quei misteriosi assorbenti dentro quelle confezioni bianche con delle bolle blu disegnate sulla confezione?»
Forse in me c’era già qualcosa di quello che sarebbe stata la mia futura professione di ricercatore e, nei giorni successi all’episodio, cercai di raccogliere quanti più dati e informazioni possibili sul misterioso prodotto disponibile da quell’espositore. Notai presto che l’articolo era acquistato prevalentemente, se non quasi esclusivamente, da donne; sbattendoci le braccia tutte le volte che potevo, avevo accertato inoltre che si trattava di oggetti assai morbidi al tatto, si sarebbe detto ovatta e del resto anche la forma delle confezioni ricordava vagamente quella dei contenitori di cotone idrofilo, i quali, però, si trovavano in uno scaffale ben lontano.
Non mi restava altro che passare alla sperimentazione empirica, come raccomandavano i filosofi inglesi del XVII secolo. Investii allora una parte delle mie mance per acquistare, in un negozio ben distante dove nessuno mi conosceva, una confezione del misterioso oggetto. Non sapendo di cosa si trattasse, non fui assalito da particolare imbarazzo, ma fui abbastanza prudente da incartare accuratamente la confezione e, una volta arrivato a casa, lo celai in un segreto anfratto del giardino in attesa che quella sorta di strana refurtiva (peraltro regolarmente pagata!) potesse essere analizzata nel mio laboratorio con la necessaria riservatezza oltre che accuratezza. L’occasione mi si presentò la domenica successiva; dal primo esame obiettivo mi apparve subito chiaro che la forma degli oggetti richiamasse palesemente, una parte di un indumento assai intimo che tutti indossiamo; d’altro canto era pur evidente che “il coso” non poteva sostituire l’indumento in questione: la prova sperimentale che feci ripetutamente mostrava che scivolava nel pantalone dopo pochi passi.
Dopo averci ragionato a lungo, arrivai a formulare una ipotesi scientifica che mi parve subito assai ragionevole e anche affascinante. La signora aveva parlato di «assorbenti», quindi qualcosa che assorbe e a essere assorbito doveva essere qualcosa di liquido. Quindi, cosa mai può assorbire, di liquido, un pezzo di mutanda? Elementare, ragazzi!
Più in dettaglio, l’ipotesi teorica era la seguente: mi era già ben noto che, per le donne, fare pipì è, dal punto di vista pratico e logistico, ben più complicato che per i maschietti; a noi è sufficiente girarci verso una siepe e slacciarci in minima parte il pantalone, per le donne il pantalone andava in gran parte rimosso e comunque la posizione da assumere era ben più imbarazzante. L’ipotesi conseguente mi parve quindi molto promettente: se una donna esce di casa e non è sicura di avere un luogo discreto a disposizione in qualunque momento, la cosa più pratica è indossare un assorbente che, nel caso, avrebbe assorbito, appunto. La teoria andava ovviamente confermata con delle opportune prove di laboratorio.
Non volendo comunque rischiare il mio abbigliamento (nel caso di un eventuale fallimento dell’ipotesi di partenza, sarebbe stato ben difficile spiegare a mia madre i segreti esperimenti che conducevo nel laboratorio del mio giardino) scelsi di misurare la capacità di assorbenza in maniera indiretta: aspettai di avere un “impellente bisogno” e quindi, posizionato come facile bersaglio un esemplare dei miei reperti da analizzare, mi apprestai a verificare che l’oggetto fosse in grado di neutralizzare una media quantità di urine. Il risultato della sperimentazione fu assolutamente disastroso, già nella fase iniziale il “coso” si inzuppava diventando schifosamente giallo; anche usandone due o tre sovrapposti, i risultati non miglioravano sensibilmente. L’esperimento mostrava che l’ipotesi teorica era completamente sballata; non era, del resto, la prima volta che accadeva nella storia della Scienza, ad esempio la mia amata professoressa di Scienze aveva spiegato che, prima di riuscire a formulare la teoria dei Quanti, molti geniali scienziati ci avevano penato parecchio.
Restava ancora qualche tentativo per raffinare l’ipotesi teorica; in fondo non avevo certezze che la fisiologia fosse assolutamente identica per entrambi i sessi; aggiunsi quindi un ulteriore assioma al postulato principale della mia teoria e tale assioma si potrebbe enunciare come segue: «Le donne di pipì ne fanno solo poca alla volta, non come noi maschietti che ne spariamo quasi mezzo litro alla botta». Se la nuova formulazione teorica era esatta, uno di quei cosi (o magari due per essere prudenti) avrebbe ben potuto assorbire le poche gocce d’urina che le donne rilasciavano ogni oretta. A questa ipotesi potetti ovviamente lavorare in termini unicamente teorici, tra l’altro, nel corso delle ripetute prove di laboratorio avevo ormai esaurito i campioni sperimentali a disposizione.
In quei giorni cercai anche conforto nella letteratura scientifica pregressa. In casa avevo ben pochi libri; tentai subito col dizionario, ma alla voce “assorbente” si diceva semplicemente “di qualcosa che ha la capacità di assorbire” (dire che era una pura tautologia è sin troppo generoso). Oltre a quella ovvietà non era comunque menzionata nessuna altra funzione che mi potesse ispirare (persino i dizionari erano assai bigotti a quel tempo!).
Dovetti aspettare la fine dell’estate e la riapertura delle scuole per avere l’occasione di recarmi nella biblioteca comunale dove, già sapevo, c’era una ponderosa enciclopedia medica a disposizione. Ero molto eccitato quel pomeriggio in cui mi apprestavo a questo nuovo approfondimento teorico. Sull’enciclopedia cercai la voce “pipì” ma non c’era, trovai invece “urina” e, sul finire della descrizione circa la composizione chimica di quel liquido, si consigliava di consultare anche la voce “vescica”. Purtroppo, un nuovo clamoroso fallimento stava per abbattersi sulla mia nascente ambizione scientifica: a chiarissime lettere il testo dichiarava che le donne hanno la vescica mediamente più grande dei maschi, quindi, di pipì ne fanno di più e non di meno. La mia ipotesi teorica era semplicemente da buttare e decisi di abbandonare definitivamente la linea di ricerca intrapresa qualche mese prima.
Dovetti dunque aspettare il mio primo amore adolescenziale che, sebbene consumato in maniera quasi del tutto platonica, mi consentì anche di accedere a nuove e consolidate conoscenze in merito ai cicli ginecologici per me rimasti sconosciuti fino ad allora. A quella mia “lontana” partner vada tardivamente la mia profonda e pubblica riconoscenza: non solo per l’immane emozione del primo bacio, ma anche per tutte le cose che seppe insegnarmi con tenerezza, delicatezza e sapienza didattica.
