Dal Molise all’America
Del sogno ambizioso di una piccola fanciulla
Prima puntata (foto di Maurizio Verdecchia)
di Marco Verdecchia
A guardarle da lontano, le case del piccolo borgo molisano sembravano un ammasso di rocce che, sgretolatesi dalla cresta, erano poi scivolate sul fianco del pendio ripidissimo e avevano finito per accumularsi su un piccolo avvallamento scavato di traverso sui monti, proprio lungo quella linea oltre la quale la vegetazione non era stata più capace di salire oltre. Per raggiungerlo si percorrevano lunghi tornanti che si insinuavano in un paesaggio brullo e afoso, appena rinfrescato da sofferenti arbusti e macchie di siepi incolte. Oltre a pochi pini e rare querce, si vedevano solo prati che erano stati scrupolosamente “falciati” dalle greggi di pecore, quegli animali che apparivano ben più numerosi dei pochi umani che ancora intignavano a vivere là in cima.
Quando eravamo partiti dall’Abruzzo, circa tre ore prima, avevo assistito con fanciullesco stupore a un sobrio rituale che pure mi era stato tante volte descritto come fosse una sacra e rigida liturgia: il mio amico Piero aveva alzato il telefono e chiamato la suocera da cui stavamo per recarci e, quando aveva avuto un cenno di risposta dall’altro capo del telefono, aveva detto una sola frase prima di riattaccare: «Oh ma’, sting a parti’». Sapevo già che quel liturgico incipit avrebbe innescato una serie di operazioni nel remoto sito dove stavamo andando e in particolare proprio nel momento in cui riceveva la telefonata dal genero, mamma Chiarina avrebbe infornato la focaccia nel forno a legna, in maniera che, al nostro arrivo, sarebbe stata già pronta e, comunque, non troppo calda da poter essere subito consumata.
Quando arrivammo alla nostra meta, fu come se fosse avvenuto un mirabile prodigio: passando attraverso un velo trasparente si veniva trasportati dalla contemporaneità (eravamo agli inizi degli anni ’80), al mondo lontano dei nostri nonni. Non appena si erano accorti, dal privilegiato osservatorio di quelle case sulle alture, che una “nota” Renault 5 di colore rossastro stava salendo verso il paese, tutte le duecento, o poco più, anime che abitavano il borgo erano uscite di casa ed erano andate, come in processione, a schierarsi in maniera ordinata davanti al cortile della casa dove eravamo diretti; tutti erano consapevoli ed eccitati che quella mattina sarebbe tornata Elena, la «fije de Chiarine». Appena scesi dalla macchina guardavo incredulo la folla in ordinata fila che si apprestava a baciare e abbracciare i miei due amici e il piccolo figlio Federico; mi veniva istintivo guardarmi alle spalle per tentare di indovinare dove fosse Roberto Rossellini e dove avesse, quel formidabile regista, piazzato le macchine da presa per poter girare la scena a 360 gradi; mi aspettavo, da un momento all’altro, veder uscire Vittorio De Sica e subito dietro di lui Sofia Loren e Silvana Pampanini.
Senza che nessuno mostrasse particolare premura, venne anche per me il momento di diventare meta di una fila di paesani pronti a baciarmi; era stato sufficiente che Elena formulasse una sobria presentazione: «Questo è l’amico di Piero che lavora con lui». Dopo che quella sintetica formula era stata pronunciata, si erano tutti ordinati per venirmi a salutare come fossimo amici da decenni. Ma le ragioni di quello stupore che mi aveva quasi paralizzato e lasciato senza parole, dovevano ancora aumentare.
Mamma Chiarina abitava insieme al marito, a un figlio, alla nuora e ai quattro nipotini che la giovane coppia aveva messo al mondo in rapida successione. I bambini li avevo subito notati perché giocavano nel cortile indossando unicamente un paio di mutandine, erano scalzi e correvano senza preoccuparsi di cosa potesse spuntare dalla terra del cortile (una mamma della “civiltà urbana” sarebbe inorridita, si sarebbe subito allarmata per l’immediato contagio di tetano e chissà quanti altri incurabili morbi). La più grande, tra quel nugolo di allegri fanciullini, poteva avere otto anni, certamente non molto di più, la seguivano tre fratellini più piccoli. Quando ero già spinto da più parti a entrare verso casa e passai vicino a quella bambina, non riuscii a fare a meno di farle una carezza sui suoi capelli lunghi e chiederle come si chiamava. Mentre mi ero soffermato a guardare con attenzione quella meraviglia di piccola fanciulla, mi ero tolto gli occhiali da sole e ci giocavo facendoli roteare tra le dita di una mano. La bambina non rispose alla mia domanda, ma mi fece un sorriso così largo, luminoso e inequivocabile che non potevo non capire: l’avevo conquistata! Avrei voluto allora iniziare la conversazione con lei, ma insistevano che io entrassi in casa; non era gentile che l’ospite non venisse immediatamente accolto. Sicché andai.
Piero mi aveva parlato di quel rito della telefonata per far infornare la focaccia, me lo aveva raccontato tante di quelle volte che alla fine mi dichiarai annoiato di quei suoi ripetitivi elogi circa le inspiegabili doti culinarie della sua amatissima suocera, e arrivai a rimproverargli di essere ripetitivo e, a volte, patologicamente ossessivo nelle sue affermazioni.
Avevo torto!
Adesso che l’anima del mio amico non cammina più su questa terra, ma svolazza tra le nuvole, vorrei che ancora mi ascoltasse e che mi accordasse il suo perdono per aver tanto superficialmente considerato la meraviglia che mi andava insistentemente raccontando quando avevamo poco più di venti anni. Appena entrammo nella casa di mamma Chiarina, quella donna già anziana e palesemente iperattiva non perse neanche troppo tempo a baciarmi e abbracciarmi; si affrettò, al contrario, a invitarmi a sedere a capotavola dove sedevano gli ospiti di riguardo. Ben prima della nostra visita e contro tutte le mie reiterate raccomandazioni, Piero aveva “avvertito” che io lavoravo con lui, ma non ero un “cameriere qualsiasi” perché studiavo all’università e sarei diventato, senza alcun dubbio, un grande scienziato di cui tutto il mondo avrebbe sentito parlare. In quella circostanza, come in altre analoghe, Piero era solito esagerare enormemente i miei meriti, non perché ne fosse davvero convinto, ma semplicemente perché sapeva che a me dava molto fastidio essere “introdotto” in quel modo in un qualunque contesto e specialmente con gente “semplice” da sempre avvezza a sovrastimare i meriti di chiunque che avesse conseguito un qualunque titolo di studio. (Al mio amico che sta in cielo, ho appena chiesto scusa per una mia colpa, ma certo è che anche lui, quando voleva, sapeva fare il provocatore in maniera scientifica).
Fatto sta che fui fatto accomodare nel posto d’onore, non senza aver ricevuto le “doverose” scuse perché l’arredamento della taverna dove era stato apparecchiato non era certo adeguato al “mio rango”; fu inutile protestare vantandomi del fatto che “ero figlio di contadini” e accusando l’amato genero di raccontare balle. Sulla tavola arrivò la focaccia ancora calda, ma si poteva già mangiare e lì mi resi conto che Piero non esagerava a sostenere che era una pietanza senza uguali. Mamma Chiarina, che pure era una donna mite e gentilissima, arrivò quasi a essere moderatamente seccata quando le chiesi, per l’ennesima volta, come preparasse quel pane formidabile; non mi riusciva di credere che fosse sufficiente impastare la farina con l’acqua, farla lievitare per qualche ora e quindi infornarla mettendoci sopra dei “rari” pezzetti di pomodoro fresco. Ero incredulo, stupito, ammirato, non so che altro aggettivo usare.
Mentre mangiavo quella leccornia indescrivibile, fui distratto della urla della nuora che se la prendeva con la bimba la quale, nel frattempo, era comparsa nella stanza dove eravamo; la vidi, con sorpresa, vestita in maniera totalmente diversa rispetto all’abbigliamento essenziale che indossava nel cortile qualche minuto prima; intuii che era furtivamente andata nella sua stanza e ne era uscita con il vestito della festa e delle scarpine elegantissime. Aveva inoltre in mano un occhiale giocattolo, di quelli che si acquistano nelle bancarelle durante le feste di paese; ogni tanto inforcava l’occhiale, ma per lo più lo teneva in mano facendolo roteare esattamente come aveva visto fare a me poco prima: mi imitava e continuava a guardarmi con un sorriso malizioso. Con tutta evidenza la mamma le rimproverava rumorosamente di aver indossato il vestito della festa che, per quel giorno, era evidentemente ritenuto sprecato.
Quando si allentò per un attimo l’attenzione “sull’ospite d’onore”, mi affrettai ad alzarmi dal tavolo e andare verso la fanciullina che tanto mi aveva incuriosito e le reiterai la domanda:
«Ciao piccola tu come ti chiami?»
Quello strano esserino rifiutò ancora di rivelare subito il suo nome e mi rispose con una proposta precisa:
«Le vuoi vedere le caprette che sono appena nate?»
Potevo rifiutare?
Come piccola contropartita ottenni solo che mi dicesse come si chiamava e così cominciai a seguire questa Loredana tra le tante stallette che circondavano la casa. La bambina mi fece da guida in una sorta di giardino zoologico che sembrava infinito: le caprette appena venute alla luce erano dolcissime e lei si infilò dentro l’ovile per mostrare che mamma capra le consentiva tutto questo, ma solo a lei, quindi mi raccomandò, anche con piglio alquanto severo, di non seguirla e rimanere ben distante dal cancelletto. Quindi mi mostrò suini, conigli, galline, la stalla con parecchi bovini e, infine, mi fece avvicinare ai tacchini raccomandandomi, anche in quel caso, parecchia prudenza; mi spiegò che sembrano animaletti mansueti come galline, ma sapevano essere molto aggressivi, quindi dovevo stare lontano un metro per poter fare in tempo a indietreggiare se avessero attaccato.
Alla fine arrivammo in un piccolo spiazzo abbastanza lontano dalla casa. A dispetto dei rimproveri della mamma, Loredana era riuscita a mantenere l’abbigliamento che aveva scelto di indossare per me (scusate la presunzione, ma capirete che era davvero così); con ogni probabilità era l’unico vestito elegante di cui la bambina disponesse. La mia nuova giovanissima amica si era seduta su una pietra e mi invitò a fare altrettanto indicandomi una panca che si trovava esattamente di fronte a lei. A quel punto cominciò a parlarmi e sembrava non dovesse più fermarsi: a lei piaceva molto quella vita lì in campagna, amava molto gli animali e le piaceva giocare con loro e anche con i suoi fratellini più piccoli, però era decisa a non continuare per tutta la vita la sua esistenza in quel piccolo orizzonte del paese. E alla mia domanda su cosa volesse fare da grande, aveva risposto con argomentazioni assai sicure, perentorie e dettagliate, come di chi avesse meditato a lungo sull’argomento: voleva fare l’attrice. Però, nonostante le reiterate riflessioni che, con tutta evidenza, aveva condotto sull’argomento, aveva ancora un amletico dubbio. Il dubbio era se fare l’attrice in Italia o in America, quello era il dilemma che proprio non riusciva ancora a dirimere. Certo, lei preferiva decisamente l’America, ma lasciare la mamma per tutto il tempo “la lasciava perplessa” mentre, d’altro canto, limitarsi a lavorare solo per il cinema italiano le sembrava una restrizione inaccettabili per le sue ambizioni. Stava quindi meditando una soluzione di compromesso: fare l’attrice in America ma, poiché con quel lavoro stimava di guadagnare molto bene, avrebbe preso un aereo tutti i fine-settimana per tornare a trovare la propria famiglia; questa le sembrava, in quel momento, la soluzione migliore.
E durante tutto il tempo in cui Loredana sciorinava quella futura biografia che doveva pur sembrarle assai plausibile, io notai una cosa che mi lasciò, a un tempo, stupito e affascinato. Succedeva che mentre raccontava, quella bambina di sette o otto anni appena, continuava ad accavallare e scavallare le gambe con una sensazionale abilità tale da lasciar scoperte “le sue grazie” solo per un brevissimo istante. Rimasi sbigottito perché la “manovra” fu ripetuta più volte ed era accompagnata da un sorriso giocosamente malizioso, e tutto il movimento era palesemente studiatissimo come se fosse stato provato allo specchio chissà quante volte.
L’argomento è assai delicato e non vorrei essere frainteso: i bambini non hanno nessuna propensione alla malizia o alla morbosità, essi semplicemente giocano a imitare gli adulti. Siamo noi adulti a leggere in maniera sbagliata quei giochi e a ricavarne una interpretazione ossessiva e sproporzionata, e questo era quello che io stavo facendo mentre osservavo incredulo quell’inatteso gioco di seduzione.
Durante quell’estasi di incredulità, qualcuno ci richiamò entrambi: io ne fui in parte felice perché cominciavo a essere addirittura in imbarazzo, Loredana sembrò chiaramente infastidita da chi stava per interrompere in maniera tanto brusca il suo gioco.
Mi disse Piero che dovevamo andare a portare il pranzo Lu Boss; il marito di Chiarina era universalmente noto in paese con quel nomignolo e tutti sembravano addirittura ignorare quale fosse il suo vero nome sancito sui documenti dell’anagrafe. Quel soprannome era, con ogni probabilità, invenzione di qualche reduce dall’emigrazione in America ed era stato appiccicato a ragione a quell’uomo perché dotato di un carisma unico e del tutto insospettabile per un uomo “senza scuola”. Lu Boss aveva il volto largo e il capo completamente glabro; quando arrivammo dove stava a pascolare il suo piccolo gregge, lo trovammo che si riparava dal solleone agostano sotto una piccola capanna di pietre a secco che lui stesso si era costruito; non servì che il mio amico mi presentasse e iniziò subito a parlarmi come se mi conoscesse da tempo.
Anche quel Boss mi fece una impressione straordinaria, purtroppo non ricordo nulla di quanto diceva e posso solo dire che parlava della natura e della vita come fosse un filosofo antico; mentre esprimeva quelle antiche e consolidate saggezze, guardava il vuoto e ciò contribuiva a conferirgli un incredibile alone di mistero di autorevolezza. In seguito, mi avrebbe spiegato Piero che soffriva per le cataratte agli occhi ed era ossessionato dalla prospettiva di finire i suoi giorni dentro un ospedale per cui si rifiutava di farsi operare. Quando tornava a casa la sera, la sua vista era così incerta che erano le più le sue pecore a guidarlo nel cammino che viceversa. Ricordo che mentre eravamo ancora a parlare davanti al suo essenziale capanno di pietra, il Boss fece allusione al fatto che gli mancava poco per arrivare in fondo alla discesa; noi non capivamo il senso di quella metafora e lui ce lo rese chiaro con un gesto eloquente che indicava in basso verso la collina. Guardammo allora entrambi da quella parte e notammo che lì cera un “ciuffo” di cipressi a limitare il piccolo cimitero; capimmo quindi cosa intendesse dire: gli mancava poco da vivere.
Mentre ci intratteneva con quella conversazione quasi a senso unico, il Boss aveva lentamente mangiato una pasta e fagioli i cui delicati profumi mi avevano fatto tornare l’appetito sebbene avessi pranzato da poco e in quantità più che abbondante. Alla fine ci ridiede indietro la sua gavetta e, prima di andare via, Piero si offrì di tornare a prenderlo con la macchina al tramonto o all’ora che lui avesse indicato. Il Boss rispose con una faccia disgustata.
Io e Piero tornammo a casa a prendere le chitarre, avevamo in programma di andarcene per boschi a suonare. Nel cortile trovammo Loredana che ci aspettava; quando aveva visto la macchina si era fermata davanti al cancelletto da cui si accedeva al cortile di casa, ci vide prendere gli strumenti e gli spartiti e non aspettava altro che le dicessimo se voleva venire con noi. Glielo dissi. Piero non apprezzò quell’invito, a noi piaceva suonare da soli, ripassare quasi per intero il repertorio di De André e Guccini era una cosa che amavamo entrambi fare senza essere ascoltati, quasi fosse una cosa intima; non ci piaceva il pubblico, ripetevamo ogni volta che ci capitava (di rado) la stessa sequenza di pezzi e anche gli stessi commenti: quando arrivavamo a Geordie discutevamo animatamente del giro di accordi che “sentivamo” in maniera diversa e finivamo sempre per accusarci reciprocamente di avere l’orecchio musicale di una capra. Ma gli occhi grandi di quella bambina e il suo evidente desiderio di venire con noi mi spinse a quella deroga che, sapevo già, il mio amico non avrebbe gradito.
Finii così di conquistare Loredana; continuò a guardare ammirata e esaltata gli accordi che mettevo e, dedicandole a lei, interruppi più volte la consolidata “scaletta” in programma per cantare “Furia cavallo del west” e altre amenità che fecero finire di infuriare il mio amico.
I due giorni successivi passarono assai in fretta, tra pranzi e gite nei dintorni. L’ospitalità di quella famiglia mi portò all’apice dell’imbarazzo quando, dopo un partecipato “Consiglio di famiglia” fu deciso all’unanimità e senza che io potessi esprimere il mio voto contrario, che non potevo essere ospitato nella casa di mamma Chiarina perché non avrei avuto un bagno privato in camera. Fu quindi stabilito che avrei dormito nella sala della casa di una delle sorelle di Elena, dove fu approntato un letto matrimoniale spostando anche alcuni mobili. Loredana continuò a girarmi intorno e a guardarmi con stupore e giocosa sensualità, ma non avemmo più occasioni di stare da soli.
Al momento della partenza si ripetette la scena che ho descritto all’arrivo; tutto il paese era in fila per salutare i forestieri che tornavano in Abruzzo, si sentivano i «Ma che peccato!», i «Potevate stare ancora qualche giorno» nonché i «La prossima volta, però, restate di più». Tra tutte persone che mostravano malinconia per la nostra breve vacanza che era subito finita, c’era una bambina silenziosa che era, non esagero, vicina alle lacrime. Mi avvicinai a lei e la presi in braccio, le misi sul naso i miei Ray-ban e commentai che erano troppo grandi per lei, ma la prossima volta che tornavo gliene avrei regalato un paio della sua misura, quelli proprio da grandi non quelli giocattolo. Il magone che la imprigionava impedì a Loredana di dire qualunque cose, ma mi abbracciò con una stretta fortissima e mi schioccò sulla guancia un bacio che era vicino a essere violento. Quando la rimisi a terra, corse via dalle sue caprette per non mostrare le lacrime che non riusciva più a trattenere. (segue)
