Dal Molise all’America seconda puntata

Dal Molise all’America seconda puntata

Del sogno ambizioso di una piccola fanciulla

di Marco Verdecchia

Non riuscii a mantenere la promessa fatta a Loredana e narrata nella puntata precedente. Non sono più tornato in quella casa. Rividi invece con molto piacere Chiarina e il Boss alla Cresima di Federico qualche anno dopo. Col Boss parlai a lungo perché sedemmo vicini al tavolo, o meglio lo ascoltai a lungo, assolutamente affascinato da quante cose sapesse dirmi sul vino, su come si cucinava la carne alla griglia, di quale senso avesse, alla sua età, andare ancora dietro al piccolo gregge di pecore, ogni mattina, e qualunque fosse il colore o le minacce che il cielo prometteva per quel giorno. A quella festa Loredana non c’era, la cerimonia era sobria e i cuginetti non erano stati invitati.

La storia sarebbe finita qui. Il ricordo di quei tre giorni nel paese sopra i monti del Molise diventò piano, piano meno nitido e l’avrei dimenticato del tutto se non fosse stato per due distinti episodi accaduti molti anni dopo.

La prima circostanza a farmi tornare in mente Loredana fu una mostra fotografica che visitai a Ginevra dove, per un certo periodo, mi recavo spesso per lavoro; erano passati circa dieci anni da quando quella “precoce seduttrice mi aveva baciato”. Mentre giravo per gli eleganti corridoi del palazzo delle esposizioni, rimasi folgorato dall’immagine in primo piano di una bambina, probabilmente indiana; era lei, sembrava proprio lei, aveva esattamente lo sguardo che Loredana aveva tenuto mentre accavallava le gambe davanti a me nel cortile della sua casa e mi raccontava la sua futura carriera di attrice in America. Comprai una copia della foto e, da allora la tengo incorniciata nel mio studio a perenne ricordo di quei giorni e soprattutto della mia adorata piccola seduttrice.

L’altro episodio avviene a quasi venti anni dalla gita sui monti del Molise: il mio amico Piero se ne andò improvvisamente. Una sera di dicembre si addormentò per non più svegliarsi. Fu una perdita straziante per la moglie, per Federico che era ormai un giovanotto e per la piccola Francesca che, nel frattempo, era venuta al mondo e aveva potuto gioire della dolcezza di quel padre non più di otto anni. Quando arrivai in quella casa, trovai la bara del mio amico che era già chiusa; la camera ardente era stata allestita vicino al presepe che Piero aveva preparato poche sere prima.

Quello causato dalla perdita prematura e improvvisa di un affettuoso papà o di un amato consorte è dolore persistente, immutabile e inconsolabile. Non esistono parole, azioni o evocazione di fedi e sentimenti di qualunque natura e spessore che possano lenire un così lancinante malessere dell’anima. E tuttavia io e pochi altri amici di Piero provammo a esser vicini a quella vedova e a quei giovani figli in vari modi, tutti inesorabilmente incompleti e inefficaci. Le nostre meste e malinconiche chiacchierate avvenivano quasi sempre nel soggiorno della sua casa davanti al presepe artistico preparato dal mio amico pochi giorni prima di morire. Quell’anno, il presepe rimase allestito bel oltre l’Epifania perché nella disposizione di quelle statuette e quei muschi c’era una evidente firma del particolare estro di chi lo aveva preparato; Piero aveva velleità di artista: dipingeva, sfornava ceramiche, ammirava Picasso in particolare. Durante quei ripetuti colloqui con Elena, immalinconiti ulteriormente da quelle artistiche reliquie, spesso mi provai a cercare argomenti per tentare di procurarle qualche minimo frangente di distrazione e, tra quei maldestri mezzi retorici che azzardavo, vi era anche il poco ingegnoso (e ingenuo) espediente di domandare qualcosa dei suoi parenti che avevo conosciuto in Molise tanti anni prima e che avevo, di recente, rivisto nella mestissima cerimonia del funerale di Piero.  Nel frattempo anche Lu Boss era passato a miglior vita, mentre nonna Chiarina resisteva, era ancora vigorosa, governava energicamente la casa, accudiva un piccolo gregge residuo di quello che il marito le aveva lasciato e continuava a infornare la sua leggendaria focaccia impastata con farina, acqua, lievito e altri misteriosi ingredienti per sempre sfuggiti ai sensi disponibili a noi umani. Quando le avevano comunicato, con tutte le delicatezze del caso, della morte del genero, Chiarina con fare risoluto e pragmatico aveva subito voluto telefonare alla figlia: «Non sei la prima e non sarai l’ultima. Non stare a piangere che non hai tempo, adesso ai tuoi figli devi fare da padre oltre che da mamma». Questa era la formula autorevole (o quasi autoritaria) che l’anziana madre aveva usato per “consolare” la giovane figlia rimasta vedova; a volte, io e Elena riuscivamo anche a sorridere di quella formula sintetica e perentoria dettata anche dalla incrollabile fede di quell’anziana donna. E poi chiedevo spesso a Elena di Loredana, di quella bellissima fanciullina che ancora ricordavo così bene e che ora era sicuramente diventata una donna matura ma, a quella domanda, la mia amica non si distraeva neanche e rispondeva in maniera alquanto laconica, del tutto ignara di quale interesse potesse destare in me le sorti di una bimba conosciuta vent’anni prima. 

Accadde poi che Francesca arrivò a fare la Prima Comunione e, in quella circostanza, Elena decise che a quella cerimonia dovevano essere inderogabilmente presenti tutti i (pochi) amici più cari di Piero; la nostra presenza avrebbero compensato, almeno in piccola parte, l’assenza fisica di quel padre assai prematuramente scomparso. E così accorremmo tutti, dopo aver prestato ognuno una resistenza per la verità piuttosto blanda. Durante il pranzo che seguì la cerimonia religiosa, accadde quindi che una ragazza molisana di circa trent’anni si alzò dalla tavola per andare da zia Elena a chiedere: «chi era quell’amico di zio Piero che venne una volta, tanto tempo fa a…». Elena la portò da me e, quando me la trovai davanti che mi stringeva la mano, immediatamente vidi la trasposizione su un viso adulto dell’immagine della bambina seduttrice che io avevo conservato. E poi, inequivocabilmente, riconobbi su quello stesso viso un moto di delusione profonda che la ragazza non seppe celare adeguatamente. Loredana mi si ricordava bello assai (sua fantasia infantile, non lo sono mai stato, neanche da giovane), però capii in quell’istante che davvero la bambina che mi aveva abbracciato con tanta passione nell’estate di due decenni prima, aveva sperato, per chissà quanti anni, che io tornassi a regalarle i ray-ban che le avevo promesso.

Scambiammo poche parole, quelle indispensabili affinché io sapessi che “aveva deciso” di non fare più l’attrice in America, ma la parrucchiera e che aveva un fidanzato con cui stava per sposarsi.

Da quel giorno non l’ho più rivista.

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