“DA NEW YORK A ROSETO, SONO DUE PASSI !!” (cit Aldo Anastasi)

“DA NEW YORK A ROSETO, SONO DUE PASSI !!” (cit Aldo Anastasi)

Per molti il nome Arthur Kenney dice poco.Non è una prova di popolarità, è una statistica dettata dalle nostre carte d’identità .Arturo ,come lo chiama Roberto, ha oggi ha 77 anni, vive in America , lavora nella finanza ma il prossimo 4 maggio sarà a Roseto perchè vuole …semplicemente visitare. Il torneissimo , la città delle Rose hanno un posto importante nella sua vita. Venne all’Arena Quattro palme vestendo la maglia di una delle mille squadre americane create da Mc Gregor per vendere alle compagini italiane i campioni, restò nel “bel paese” vestendo la maglia del Simmenthal Milano. Il racconto

di Roberto Bergogni

La frase di questo titolo è parafrasata da quella che Arthur Kenney sentì alla fine degli anni Sessanta in Italia, al suo primo torneo estivo con la maglia della Gulf Oil All Stars del coach Jim McGregor.

La frase fu pronunciata dal colonnello Aldo Anastasi, che era emigrato a Sondrio per organizzare anche in montagna una Summer League tra le più ambite (qualche anno dopo portarono lì anche Michael Jordan).

La frase diceva “Dalla Valtellina a Roseto degli Abruzzi, sono due passi”.

Arthur Kenney abitava nel Dyckman Housing Project di New York,  un complesso residenziale pubblico costruito nel 1951 e composto da sette edifici di 14 piani con 1.167 appartamenti che ospitavano 2.580 residenti.

La famiglia di Lew Alcindor abitava nello stesso caseggiato.

Entrambi frequentano la stessa scuola elementare, St. Jude, e la stessa scuola media, Power Memorial.

Art è di un anno più vecchio e si può dire che abbia accompagnato il suo amico per mano.

Hanno giocato con gli stessi allenatori, sono stati compagni di squadra, freshman Alcindor e sophomore Kenney.

Per otto anni dall’età di 9 ai 17 giocarono insieme, Arturo racconta:

All’inizio giocavamo insieme a football americano, a baseball e a basket nel parco Dyckman Project. Alcindor vinse anche una gara di nuoto a Manhattan, prima di dedicarsi cmpletamente alla pallacanestro all’età di 13 anni, l’ultimo alla St-Jude.

La nostra fortuna alla scuoa primaria fu di avere un vero insegnante di educazione fisica, Farrel Hopkins, che ci sapeva fare.

Il basket diventò la nostra droga, passavamo l’inverno a spalare la neve dai cortili, a giocare con i guanti di lana, sfidando chiunque, di qualsiasi età e stazza.

Ci allenavamo tre volte alla settimana a scuola. Il nostro programma al sabato era il seguente. Avevo 14 anni e Lew un anno di meno, io ero già al liceo Power Memorial e Lew, finiva la primaria. 

Uscivamo di casa alle 8,30, alle 9 eravamo alla palestra del Power. Basket fino alle 12,15. Un panino veloce nello spogliatoio e con i muscoli ancora caldi giocavamo fino alle 18. Dopo nove ore di partitelle non era raro ritrovarsi davant alla tv per vedere una gara di … pallacanestro.

La domenica Lew faceva il chierichetto servendo Messa, quando non si metteva vicino a me nel coro. Immaginatelo, mezzo metro sopra gli altri a intonare i cantici con la sua voce da alto. Dopo il servizio ancora a grandi passi al campetto.

L’anno dopo Lew ebbe tante borse di studio dai licei, in pratica gli rimorsavano solo il costo della retta, e lui scelse Power Memorial invece della  St. Francois Xavier High School.

Quell’anno Art non giocò per una pericardite, ma non gli impedì di allenarsi in gran segreto.

L’anno dopo rientrò nel quintetto, con Alcindor e Charlie Ferugia, Jones Bonner e Jack Bettridge, meritandosi il premio come migliore squadra di tutti gli Stati Uniti. Lew venne eletto All-America e Art dfu nel secondo quintetto All-District di New York, in pratica tra i migliori dieci della Grande Mela secondo il NY Post.

Com’era a quel tempo? Braccia lunghissime e un tiro in sospensione onorevole. Alcindor era soprattutto un flagello in difesa, magrissimo e agilissimo, stoppava tutto quello che passava a tre metri da lui.

L’allenatore era Jack Donohue, assistito da Dick Percudani, poi in Italia all’All’Onestà Milano per una decina d’anni. Si giocava a suon di musica per tre ore, perché giocare con la palla era meglio di pesi e manubri, per acquisire muscoli.

Non mancavamo mai di andare a vedere i New York Knicks. Tutte le volte il coach Donohue comprava una scatola di sigari. Prima di entrare ne lasciava qualcuno al custode, ed entravamo gratis. L’allenamento dopo facevamo a gara per imitare quei grandi professionisti, mentre il coach… fumava guardandoci.

Dopo il liceo non ho più avuto l’occasione di giocare con o contro Lew. Le nostre strade si separarono, ma non dimenticherò mai i giorni della nostra amicizia.

Nella bellissima immagine foto della stagione 1963-64, Lew Alcindor con il #33 sta per stoppare un avversario, mentre Art Kenney #41 lo osserva. All’estrema destra il giocatore di Xavier con il #44 è un certo Kenny Grant, senza zoccoli e senza riccioli, come lo ricordano i rosetani.

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