Grazie Maestro di averci offerto la tua “dolce bellezza”
Gigino Falconi era molto amico del “mio Gigino, poi sono arrivato io. Non c’era ovviamente la stessa confidenza come quella che scattava quando si incontravano. Il mio ruolo , quando ci siamo visti, era quello di ascoltare per apprendere tante cose . (Umberto Braccili)
di Marialuisa De Santis
Gigino Falconi era soprattutto la sua pittura. Ma raccontando della sua pittura viene fuori anche il Falconi più intimo, per me l’amico, attento e delicato. Falconi era la sua pittura, frutto di impegno costante, di insoddisfazione. “Devo ancora imparare a dipingere” mi diceva spesso.
Ma questa sua insoddisfazione e questa inquietudine non l’ho mai viste come qualcosa di negativo perché movente della sua arte e nella vita grande forza propulsiva. Se non al cavalletto, Falconi era sempre in movimento. Chiamava alle nove di mattina e mi chiedeva cosa stessi facendo. “Sto camminando già da un’oretta” rispondevo e lui per niente soddisfatto: “e poi cosa farai?”, deluso ripeteva la mia risposta: “ah torni a casa e ti riposi?”
Quanto noiose gli saranno sembrate alcune delle mie giornate! Inquietudine e meraviglia la sua pittura. Falconi, grande e ammiratoto artista, conservava tutto l’entusiasmo e la capacità di stupirsi di un giovane che si sta irrimediabilmente innamorando dell’arte pittorica attraverso lo studio dei classici. Parlava per ore di una mostra che aveva visto e che l’aveva entusiasmato ma anche dei colori di un cielo fotografato magari il giorno prima. “Devo lavorare di più su questo sfondo, sull’inclinazione di questo ramo.”
Spesso di un suo nuovo lavoro mi chiedeva: “Che dici di questo quadro?” Vietato rispondere bello. “Voglio che mi dici perché ti piace questa figura, questo bosco, questa luce, questo colore”. Forse non ho mai saputo spiegargli con sincerità come quei suoi colori, diventati col tempo e con la maestria, quasi trasparenti, riuscissero a toccarmi il cuore, a rendermi inquieta come lui. E come le forme da lui tracciate, di boschi, di mari, di donne e perché no, anche di caliscendi, mi proiettassero in una ricerca della bellezza solo apparentemente raggiunta: mi meravigliavano e insieme non so perché mi angustiavano.
Ma forse il senso dell’arte è tutto qui: ricordarci la finitezza della vita terrena e ricordarci che l’aspirazione che ci muove a superarla, come Gigino in primis, magnificamente, tentava sulle sue tele, è qualcosa che ci rapisce, ci seduce e ci innamora ma è e rimane comunque solo un sogno.
