C’era una volta, proprio qui da noi…
di Marco Verdecchia
Adesso che le notizie sulle due guerre “vicine” sono scivolante ormai poco prima della pagina di “Sport e Spettacolo”, chissà che possa farci bene ricordarci di quando le bombe cadevano qui, davanti a casa nostra.
C’era una volta una casa, abitata da poverissimi contadini mezzadri, che si trovava proprio vicino alla foce di un piccolo e allegro torrente. E in prossimità delle acque che incontravano il mare, scorrevano anche, in direzione perpendicolare e con ben più rigida geometria, i binari della ferrovia. I bambini della casa di contadini avevano guardato mille volte il treno che passava sbuffando come fosse il comignolo di un grande camino viaggiante il cui rumore copriva, per qualche momento, il muggito delle vacche e il ritmico fruscio del falcione che sfoltiva l’erba nell’aia davanti alla casa. Gli occhi grandi e pieni di fantasia dei bambini avevano anche sognato sovente di salire sopra quell’immenso serpente nero che correva stridendo lungo l’immutabile sentiero di ferro. I loro papà, che a bordo di quei vagoni erano saliti un paio di volte per andare militari, avevano raccontato loro che, viaggiando con quel treno, si poteva arrivare a città grandissime con palazzi alti quasi fino al cielo. E quei racconti avevano finito per alimentare le fantasie dei bimbi che, se chiudevano gli occhi, avevano l’illusione di vedere già quei monti lontanissimi e mirabolanti.
In effetti, nel giro di meno di due decenni, quasi tutti quei bambini, ormai giovanotti e signorine, sarebbero saliti sopra uno di quei treni dopo aver abbandonato i campi per cercare lavoro assai lontano ma, quando sarebbero passati sopra quel viadotto ferroviario che ben conoscevano, sarebbero stati assaliti da un’ansia di tornare immensamente superiore alla voglia di andare.
Ma, in quel 1943, la presenza di quei ponti vicino alla foce del fiume rappresentava, per quella famiglia, una fonte di sventura e di pericolo incombente; la linea ferroviaria e la parallela strada statale costituivano infatti la principale via per i rifornimenti che arrivavano ai reparti dell’esercito tedesco che stavano combattendo più a sud; cercare di rendere inservibili quei ponti – tra loro vicinissimi – era un pertanto un obiettivo più volte perseguito dalle forze alleate che avanzano dal Sud Italia fronteggiando l’esercito nazista.
Da quelle parti, la guerra arrivò quindi “da lontano” e lentamente. Dall’ottobre del 1943 i combattimenti si svolgevano prevalentemente sulla cosiddetta linea Gustav che tagliava l’Italia da Ortona verso il Tirreno; in linea d’aria, la “nostra” casa vicino al fiume dista da quel fronte bellico circa 60 chilometri, ma l’importanza strategica di quella ferrovia indurrà l’aviazione britannica a bombardare ripetutamente quel tratto di linea ferrata attraverso una serie di incursioni che si protrarranno fino all’inizio dell’estate dell’anno successivo.
La prima grande strage si compirà nel pomeriggio del 12 ottobre 1943, l’attacco aereo delle truppe alleate farà 23 morti e quasi cinquanta feriti tra i civili che abitano in zona. I bombardieri arrivano dal mare, solitamente nel tardo pomeriggio; sganciano ordigni a ripetizione e molto spesso i velivoli militari virano proprio in prossimità della foce del torrente per poi tornare più volte sugli obiettivi. L’impressione è tremenda, quel suono di morte non è mai stato udito prima dagli abitanti del posto. Gli aerei, soprattutto B-25 e B-26, sorvolano i campi ancora carichi di uva e di olive; le esplosioni squassano i terreni coltivati, le povere case coloniche oltre che le poche certezze della gente che vive in quelle campagne. I lampi che anticipano quei disumani frastuoni illuminano i tramonti dell’autunno come se fosse un giorno di piena estate. Durante gli attacchi le donne, con semplice e millenario gesto, giungono le mani a pregare o stringono i grani del rosario; gli uomini restano immobili con lo sguardo basso o coprono con il loro corpo i bambini atterriti. Durante uno di quegli inferni cade un ordigno persino sul cimitero di una delle cittadine nella parte più a nord della provincia di Teramo e viene fatto scempio persino delle povere sepolture.
Anche se relativamente lontane, le esplosioni, ma anche il passaggio a bassa quota degli aeroplani, muovono l’aria con violenza prima sconosciuta; le sferzanti folate di quell’aria calda e satura di detriti colpisce i volti e scompiglia i capelli; le porte delle stalle sbattono, si rompono con ulteriori frastuoni i catenacci arrugginiti e i fragili cardini; le bestie si alzano dalla paglia dove dormivano e urlano terrorizzate tirando le corde a cui sono assicurate. Dopo che la furia spaventosa ha solcato i cieli sarà inutile, per molti giorni, provare a tirare il latte dalle mammelle delle vacche che cessano la loro fisiologica funzione per il terrore che quell’indescrivibile frastuono produce sulle povere bestie.
Ma non sono solo le bestie a non capire quello che sta succedendo. Semmai ci fosse (e ne dubitiamo assai) una ragionevole motivazione che possa spingere l’uomo a fronteggiarsi con la cieca furia di armi terrificanti, come spiegare le ragioni di quell’apocalittico frastuono ai bambini che abitano nella casa colonica? Silvio ha otto anni, Silvana ne ha solo sei, Fortunata e Giacomo sono venuti al mondo solo tre anni prima. Eleonora stringe al petto le sue due creature più piccole, non ha altri gesti o parole per trasmettere loro un efficace conforto. Altrettanto fa Maria coprendo con le braccia Giacomo che piange spaventato. Il piccolo Silvio si sdraia sul suo materasso di crine, come vede fare dalle cuginette più grandi, Elisa e Lillina, e si rannicchia con le braccia al petto e le manine sulle orecchie per attutire la terrificante melodia che dal cielo stanno suonando. Gli uomini e i ragazzi più grandi, ancora adolescenti, restano seduti a tavola fino a tardi; non parlano e, a ogni pausa, contano il tempo sperando che quell’esplosione che hanno sentito sia l’ultima; hanno infatti imparato che i bombardamenti durano non molte ore dopo il tramonto.
Nei primi giorni di bombardamenti, la raccomandazione per tutti è di stare lontani dalle finestre, quando arrivano le folate susseguenti ai grandi boati, i vetri vibrano violentemente e si rompono cadendo in mille pezzi. Poi, man mano, si rompe anche l’ultimo vetro e persino quella raccomandazione che i papà urlano ai figli diventa inutile. Nelle sere di quiete o dopo che l’ennesima tempesta sembra passata, gli uomini si apprestano a coprire quel che è rimasto degli infissi, ormai completamente fatiscenti, con dei panni o delle coperte; per quello che si può ci si ripara così dal freddo che soffia dai campi.
A metà dicembre gli animi degli occupanti della casa vicino al fiume si sono temporaneamente rasserenati; dopo i feroci bombardamenti della fine di novembre, da 15 giorni il cielo alterna nuvole e pallido sole, ma nessuno dei terrificanti uccelli d’acciaio ha solcato l’orizzonte. E proprio in uno di quei giorni di relativa calma, il gancio che tiene legato il piccolo cancello alla staccionata di canne che delimita l’aia intorno alla casa, viene rotto dal violento colpo inferto da un soldato tedesco con il calcio del fucile. Sono in due i militari che salgono urlando per le scale della casa dei contadini; quando spalancano la porta violentemente c’è una sola parola che descrive lo stato d’animo dei miti mezzadri: panico. Gli adulti si alzano dalla tavola apparecchiata dove cui stavano pranzando e si mettono davanti ai bambini nell’istintivo tentativo di proteggerli. Dei due militari uno rimane minaccioso sulla porta d’ingresso e con il fucile spianato, l’altro gira intorno ai muti occupanti della casa, poi urla qualcosa di incomprensibile. Il suono di quella lingua sconosciuta incute ancora più paura della loro minacciosa presenza; qualcuno , tra i bambini, non riesce a trattenere la pipì, ma nessuno si muove o fiata. Uno dei soldati comincia a entrare nelle stanze e perquisirne le poche suppellettili; apre e rovescia i cassetti dei comò, alza i pagliericci che fungono da materasso e li buca con la baionetta. Quando si convince che non c’è nulla, torna in cucina e ricomincia a girare intorno agli attoniti abitanti.
Amerigo e Amedeo sono adolescenti e guardano terrorizzati quei due ragazzi che sono quasi loro coetanei. Delle loro divise colpisce il luccicare delle mostrine, gli stivali lucidissimi, lo strano cappello di ferro che i ragazzi non avevano mai visto e che immaginano pesantissimo; il cinturone elegantemente decorato con i simboli della follia nazista e poi l’arma che uno dei due continua a brandire verso di loro. Anche il fucile è lucidato e si sente l’odore assai intenso dell’olio usato dai militari per pulire le armi. Ma c’è anche un altro profumo, ignoto prima di quel giorno agli sgraditi ospiti: al centro della tavola c’è la pentola con la pasta e ceci e il mestolo ancora infilato dentro. La pasta è quella fatta a mano: tagliolini impastati solo con acqua e farina, era una fantastica specialità di zia Leonilde. Il militare tedesco scoperchia la pentola, getta a terra il coperchio, poi urla qualcosa e qualcuno intuisce che vuole un piatto. Gli uomini si fanno coraggio e si affannano a scansare ogni cosa da una parte del tavolo e apparecchiargli un “coperto”. Il soldato si toglie allora l’elmetto e compare una testa biondissima di un colore mai visto dalle nostre parti, quindi il militare si siede e comincia a mangiare; al terzo cucchiaio ha già capito che è una grande goduria per il palato e per lo stomaco. Quando ha finito si gira verso il compagno e gli dice qualcosa, ugualmente incomprensibile, ma con tutt’altro tono rispetto a quello con cui aveva parlato ai contadini. Allora, i due si scambiano di posizione e comincia a mangiare l’altro.
Quando hanno finito quel pasto, i due ragazzi tedeschi non si sprecano nella cortesia di ringraziare ma, finalmente, si girano e fanno per andarsene; esce il primo ma il secondo, che sembra essere “il capo”, si sofferma ancora a guardare, uno ad uno, quei volti senza parole che lo fissano tra la paura e la speranza che vogliano davvero andar via. Silvana con i suoi sei anni non regge al terrore che quello sguardo le incute e scoppia a piangere, una mano materna soffoca quel pianto che potrebbe provocare altri guai. Allora il soldato biondo che non ha ancora rimesso l’elmetto si avvicina alla bambina nel panico generale e fa quello che non si aspetta nessuno: le fa una carezza delicata sulla testina che trema. Poi guarda ancora gli altri bambini che fuggono al suo sguardo di ghiaccio. Il militare poi esce senza dire altro. Il pianto di Silvana ha compiuto il piccolo miracolo, quel singhiozzo, chissà, era terribilmente simile a quello di un’altra bambina che il ragazzo tedesco dalla testa biondissima aveva lasciato in Germania. E sotto altre rovine quell’altra bambina piangeva nello stesso modo, come la bambina italiana. Quest’ultima analogia è solo frutto della nostra fantasia, tutto il resto avvenne davvero.
La guerra, arrivata da lontano, entra così prepotentemente nella casa dei contadini che abitavano vicino alla foce del fiume. I due soldati che per primi sono entrati nella casa fanno parte dei militari che si accampano vicino alla foce del fiume nel dicembre del 1943, prima di loro, intorno ai primi di ottobre, erano arrivati pochi avamposti che avevano costruito il bunker e le altre strutture logistiche a loro necessarie. Le truppe sono di una divisione di fanteria tedesca e sono divise in due reparti, il primo e più numeroso si insedia più a sud della vicina cittadina, il secondo sarà di stanza, fino all’autunno dell’anno successivo, nei pressi della foce del “nostro” fiume. I militari occupano la casa dove i due avamposti avevano tanto “gradito” la pasta e ceci di zia Leonilde; in tutto sono 34; i graduati alloggiano nelle due stanze dove dormivano i ragazzi, gli altri hanno i loro sacchi a pelo sotto il capannone. Tra di loro c’è anche un interprete che veste in borghese e traduce alle povere vittime inermi gli ordini perentori dei militari. I circa 15 abitanti della casa (il vecchio padre, i suoi tre figli maschi con le rispettive consorti e un piccolo gregge di nipoti) occupano una unica stanza residua al primo piano. Al segnale di allarme i componenti della famiglia devono scappare, ma lasciando una via riservata ai soldati che corrono velocemente verso le loro postazioni; quindi nello scendere le scale loro devono addossarsi al muro, mentre i tedeschi sfilano velocemente lungo il parapetto.
La prima volta che la casa viene velocemente evacuata dai contadini e dagli occupanti è nella tarda mattinata del 2 gennaio 1944. Per una bizzarra coincidenza in quel periodo la stalla della famiglia è particolarmente “ricca”; sono nati da poco alcuni vitellini ed in totale si contano più di venti capi di bestiame. Giacinto e i suo fratelli sono assai preoccupati per quelle bestie che rappresentano una risorsa indispensabile per il lavoro e la sopravvivenza della famiglia; vanno salvaguardate il più possibile da quelle nuove minacce rumorose che arrivano dal cielo. Quel mattino del gennaio ’44, quando i tedeschi sono già lontani e sparano le loro prime contraeree verso il cielo, gli uomini adulti. Ognuno dei tre fratelli guarda gli altri due negli occhi e poi si scambiano pochi cenni d’intesa; la conversazione è essenziale come sempre, ma stavolta lo è ancora di più perché sono perfettamente d’accordo e perché i minuti sono pochi: porteranno le bestie con loro ed andranno verso il fiume.
E allora, come in una scena biblica, dalla casa a mezza collina si vede sfollare una fila indiana di donne, bambini, uomini e una serie di mansueti bianchi animali. Le donne hanno caricato sulla testa una grande cesta con l’acqua, due pagnotte grandi di pane, un po’ di companatico; c’è anche qualche piccolo dolce avanzato da Natale. Una di loro ha un cesto analogo con cui porta le “mele gelate”, si tratta di frutti piccoli ma assai succulenti che si raccolgono a settembre ma, tenuti sotto la paglia, si conservano bene anche fino a marzo; in quei giorni di carestia sono risorse preziosissime. Ognuno degli uomini adulti o adolescenti porta una coppia di bestie sul cui dorso sono state caricate le balle di foraggio, necessarie per alimentarle, e alcune coperte per proteggersi nella notte. Ai bambini infreddoliti è stata già anticipata la prospettiva di una notte al gelo e lontano dalla rassicurante quiete della loro casa; per loro, quella che inizia quel giorno è una nuova angosciosa avventura di cui non conoscono, oltre che le ragioni, neanche l’esatta entità. C’è anche un pastore abruzzese che segue la fila scodinzolando; del tutto ignaro delle ragioni che muovono quei padroni, lui è l’unica di quella variegata collezione di creature viventi, che sembra essere assai felice di quella “gita”.
La fila di gente inerme e spaventata si dirige verso il torrente, poi lo superano dove sanno che una fila di grossi sassi consente il passaggio senza bagnarsi con l’acqua del fiume che, in quei mesi, è assai gelida. Attraversato il fiume, percorrono una strada bianca che risale il percorso della corrente verso l’interno; camminano ancora per circa due chilometri. Superata poi una piccola salita, quella strada, e il fiume con essa, fa una piccola ansa verso sinistra; in quel punto scompare alla vista il ponte della ferrovia. Lì, i nostri sfollati si sentono sufficientemente sicuri, i capifamiglia si scambiano ancora poche frasi e finiscono per stimare che quel piccolo terrapieno naturale li possa proteggere anche se le bombe dovessero cadere su quel maledetto ponte o nelle sue vicinanze. C’è anche il fiume vicinissimo dove le mucche possono abbeverarsi ed anche questo è essenziale.
Scaricate dal dorso degli animali le poche masserizie che avevano portato, i tre uomini e i due ragazzi più grandi tornano indietro a prendere le altre bestie che sono rimaste nella stalla. Quando torneranno, si risente già dal cielo l’apocalittico frastuono che, per fortuna, sembra più lontano delle altre volte; quel giorno i bombardieri colpiranno il porto che si trova circa tre chilometri più a sud. Saranno solo pochi gli aerei che arriveranno fino sopra la testa degli sfollati, ma vireranno subito riprendendo la rotta sopra al mare.
Nei momenti in cui il frastuono diventa più assordante quelle donne e le loro creature si riparano in alcuni anfratti e delle piccole grotte naturali che si trovano nei pressi del fiume. Al fuoco che scende dall’alto fanno eco i colpi dell’artiglieria antiaerea che si trova dentro il bunker vicino alla foce. I primi proiettili sono dotati di traccianti la cui scia luminosa consente ai militari di aggiustare il tiro verso gli aerei che sorvolano la zona.
Quando non si odono i colpi, e per quanto è possibile, gli uomini e le donne che sono sfollati si parlano, cercano di trovare argomenti di conversazione; anche quello è un modo per allontanare l’angoscia e farsi vicendevolmente coraggio soprattutto quando sta per arrivare il buio. Un argomento è proprio il ragazzo biondissimo che aveva inframezzato un frangente di tenerezza in mezzo alla tracotante violenza della sua incursione. Pensano allora a quel ragazzo venuto da lontano anche per dirsi che, in quel momento, sta certamente peggio di loro e non lesinano un pensiero di solidarietà, forse qualcuno ha anche silenziosamente recitato una preghiera per lui.
A un certo punto torna a dominare l’angoscia e si fa ancora silenzio, quindi è la piccola Silvana a romperlo con una domanda inattesa: «Ma perché i ragazzi tedeschi portano sempre quel cappello di ferro in testa?» Tutti si concedono un liberatorio sorriso per quella dolce ingenuità, ma è solo Amerigo che trova per primo la risposta per la cuginetta: «Perché si vergognano ad averci i capelli bianchi anche se sono ancora giovani!»
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L’immagine di copertina si intitola Riflessi; è un acrilico su tela di Angela Rossi che ringrazio per avermela donata e aver così bene interpretato l’angosciante immagine che avevo in mente quando scrissi questi appunti.. Grazie anche a Nicola Andreoni per avermi fornito le informazioni di carattere “militare” su quegli avvenimenti.
