ARNALDO GIUNCO, PASSIONE PER LA STORIA
I suoi libri, frutto di laboriose ricerche , sono un monumento alla memoria dell’Abruzzo.Donati al comune di Roseto, purtroppo noi che ne conosciamo il valore,non sappiamo nemmeno se siano spariti o relegati in qualche soffitta di una struttura pubblica. Stessa cosa si verifica per corpose e importanti donazioni di due amici di Arnaldo: Raffaele D’Ilario e Luigi Braccili.
di Mario Giunco
Arnaldo Giunco (1927-2015), ha svolto un ruolo importante per la trasmissione della memoria di Roseto. Insieme a Raffaele D’Ilario (1903-1985) e Luigi Braccili (1929-2014) ha raccolto documenti, ha consultato archivi pubblici e privati, ha messo insieme e confrontato testimonianze dirette, con scrupolo e precisione. Ha fondato e presieduto l’Associazione di cultura storica “Raffaele D’Ilario”. Ha organizzato convegni, tra cui quello sull’elmo ostrogoto di Montepagano.
Le sue biografie, apparse dapprima sul mensile “Piccola città” e poi raccolte in volume (“Ritratti e protagonisti nella storia della città – Roseto degli Abruzzi 1860-2010”, ed. Piccola città, 2011), sono un prezioso monumento. Arnaldo Giunco non era un ricercatore di professione, si occupava di appalti pubblici. Dal 1965 la sede di lavoro era Milano. Abitava a Monza, nella stessa casa per cinquanta anni e tornava a Roseto nel periodo estivo. Milano era la città- simbolo del ‘boom’ economico, cominciava ad esserlo anche della corruzione. Aveva conosciuto alcuni dei protagonisti della “tangentopoli”, passata e presente, ovviamente per il lavoro che svolgeva, non per coinvolgimento in vicende poco chiare.
Il meridionale era spesso il “terrone”. Aveva forse rimpianto le sue amicizie di paese e l’ufficio in piazza della Libertà, accanto all’Azienda di soggiorno, dove ogni giorno passava una umanità varia per il pagamento dell’imposta di consumo, il ‘dazio’. Non c’era migliore occasione per un giovane curioso di storia, predisposto alla ricerca, di chiedere, informarsi, aprire le prime pagine dei quaderni di appunti, vergati sempre con la stilografica. Il trasferimento a Milano gli aveva dato la possibilità di frequentare biblioteche e musei, assistere a convegni e mostre e studiare.
Aveva dato concretezza e opportunità alla sua passione. Lasciando da parte l’opera maggiore, accenniamo alle precedenti, ugualmente ricche di spunti di rilievo. Era nato a Campli, città ricca di storia, precedente Roma. Proprio agli inizi degli anni Sessanta erano iniziati gli scavi di Campovalano, diretti dal soprintendente Valerio Cianfarani, che avrebbero portato alla luce una rilevante civiltà preistorica. Il primo saggio di rilievo di Arnaldo Giunco, impreziosito da suggestive riproduzioni fotografiche, appare nel 1982 sulla rivista della Cassa di Risparmio di Teramo, “La Voce Pretuziana”.
E’ dedicato a un pittore ticinese, Carlo Bossoli (1815-1884), che accompagnò le truppe piemontesi nell’assedio di Civitella del Tronto, ultima fortezza borbonica, espugnata il 20 marzo 1861, dopo quella di Gaeta, quando da due giorni si era insediato a Torino, in palazzo Carignano, il primo Parlamento italiano. Bossoli, con gusto tipicamente scenografico – era il suo mestiere – fonde, alla ricerca di effetti, particolari distanti nello spazio e, dal sottostante convento di santa Maria dei Lumi, offre un’immagine suggestiva della fortezza assediata.
Questa tempera, rimasta in ombra nel Museo del Risorgimento, può tornare alla luce. Una copia è esposta nella fortezza. Lo studio di Giunco è sotteso anche a una rivisitazione del brigantaggio postunitario. A suo avviso, i piemontesi “liberatori”, non solo in Abruzzo, avevano soffocato nel sangue la reazione filoborbonica, vessando la popolazione con soprusi, frutto di una politica miope. I successivi lavori, pubblicati in volume rispettivamente nel 1995 “L’asino e il sale”.
La storia delle storie su Campli nel 1997 (“L’altra ipotesi. L’umorismo ebraico”) partono dalle facezie sulla dabbenaggine dei camplesi (veri “motti di spirito”, simili al “witz” studiato da Freud), che li uniscono, tra gli altri, agli abitanti di Cuneo, ugualmente perseguitati da simile fama. L’autore collega le storielle alla presenza di ebrei a Campli, risalente al XIII secolo (erano mercanti e “prestatori” di soldi) fino al 1510, anno in cui furono espulsi dalla città farnesiana e in parte si rifugiarono a Lanciano.
Nel 2002 Arnaldo Giunco pubblica il volume “Renato Molinari. Dal fascismo alla resistenza, la coerenza negli ideali” (ed. Marna), che merita un discorso a parte. Renato Molinari, di origine piemontese, visse a Teramo una parte della sua breve esistenza. Avvocato, giornalista, poeta, capitano degli Alpini, si infervorò dapprima per gli ideali del fascismo, ma ben presto se ne ritrasse, con una sofferta analisi interiore. Si rifugiò in Francia e rientrò sulle montagne piemontesi per unirsi ai partigiani.
A seguito probabilmente di una delazione, fu rinchiuso nel carcere di Rivoli e fucilato dai tedeschi a trentacinque anni (10 marzo 1945). Restano le ultime lettere ai familiari, una testimonianza commovente. Giunco ricostruisce i particolari della vicenda. Molinari, tornato dalla Francia, doveva indagare su un fatto di sangue, che coinvolgeva alcuni partigiani.
Non solo. Si muoveva in un ambiente infido, fatto di delazioni, sospetti, vendette, che si ritrova in alcune pagine di Beppe Fenoglio (“I ventitre giorni della città di Alba”, “Una questione privata”, “Il partigiano Johnny”, da poco uscito in una terza versione integrale) o in qualche sofferto accenno di Primo Levi. Molinari forse aveva anche un delicato compito “politico”, cercare di riunire le principali anime partigiane, i badogliani e la Brigata Garibaldi. Sicché la sua morte fa pensare a quella di Giovanni Gentile.
Qui ci fermiamo, auspicando che la strada indicata da Arnaldo Giunco possa ulteriormente spianarsi ed aprirsi “sine ira et studio”, come diceva uno storico dei tempi passati. Si chiamava Tacito.
