Adelmo, lo scemo del villaggio

Adelmo, lo scemo del villaggio

Ovvero colui che per primo vide un uomo in TV

di Marco Verdecchia
 

Me lo ricordo molto bene quel pomeriggio. Guido, noto in paese con il criptico soprannome di Pantaliò, aveva parcheggiato il furgone molto vicino alla porta di casa e, aiutato dal figlio Sergio, sbuffò parecchio per salire il pesante fardello su per i 30 gradini fino al nostro salottino. Prima ancora di aprire il misterioso scatolone, l’uomo cominciò a srotolare uno spesso filo bianco fino al nostro balconcino dove Sergio aveva cominciato a imbullonare alla ringhiera una robusta asta metallica sulla cui sommità furono avvitate due strane graticole di fantascientifica forma che, a quanto dicevano loro esperti, servivano a «ricevere il segnale».

Alle estremità del filo vennero quindi inserite due strane e coloratissime scatolette in una delle quali entrava un filo e ne uscivano due e nell’altra, al contrario, due misteriosi cavi si univano in uno solo; le due scatole erano rispettivamente il miscelatore e il demiscelatore, così spiegarono a mio padre che, con saggezza e prudenza, annuì convintamente facendo finta di aver capito. Mia madre, invece, si teneva lontana: se suo marito aveva capito, questo bastava anche per lei.


Ci volle una interminabile mezz’ora fino a che sul trasformatore esterno venisse premuto l’interruttore; e passarono ancora decine di secondi prima che sull’unica facciata di vetro del misterioso parallelepipedo cominciasse a comparire una indistinta sequenza di puntini bianchi e neri. «Bisogna sintonizzarlo» – disse allora Sergio – e mio padre fece un paio di passi per allontanarsi, intuendo che quel misterioso verbo poteva indicare una operazione di una qualche pericolosità. Invece, dopo che il bravo Sergio aveva smanettato sapientemente e a lungo su una delle due manopole poste dietro la scatola, comparve magicamente e per la prima volta l’immagine enigmatica o addirittura sibillina del monoscopio della RAI.

Il miracolo era talmente stupefacente che restammo a lungo tutti muti e ammirati a osservare l’immobile e inquietante logo che, come avremmo scoperto presto, semplicemente significava: «riaccendi più tardi che adesso non c’è niente» e quell’implicito e codificato monito che ci fu spiegato dai tecnici, fu tradotto da mio padre in un modo diverso e più peculiare dell’uomo saggio: «Spegni per non sprecare la corrente e non consumare inutilmente le valvole».


L’entusiasmo per il nuovo tecnologico elettrodomestico fu grande, fra l’altro lo stupefacente apparecchio sembrava preannunciare un periodo di inatteso e insperato benessere, non perché mio padre avesse avuto promozioni o aumenti di stipendio, ma perché si era da poco concluso, con il matrimonio della mia seconda sorella, il lungo periodo in cui le esigue risorse finanziarie della nostra famiglia venivano quasi esclusivamente impiegate per dare sempre maggiore dignità e consistenza al corredo matrimoniale delle due sorelle. Per anni, infatti, avevamo avuto, più o meno a scadenza mensile, la visita di un commesso viaggiatore che passava alcune ore a casa prima di concludere, dopo estenuanti trattative con mia madre, la vendita di alcuni capi di lenzuola o biancheria varia.


Quando comprammo la televisione, fu invece mio padre che dovette contrattare a lungo con sua moglie; il prezzo dell’apparecchio era “fisso”, non contrattabile; mio padre ci teneva e alla fine mamma aveva ceduto prelevando dalla solita “cassaforte”, ovvero dal secondo cassetto del comò sotto le lenzuola stirate, la somma necessaria che fu consegnata a mio padre perché potesse andare nel negozio di Pantaliò a chiudere la  trattativa da tempo avviata.


Superato il trauma della prima installazione, cominciammo a seguire quotidianamente gli spettacoli quotidiani: i primi telegiornali proiettati dal parallelepipedo magico furono ascoltati in religioso silenzio, nell’irrazionale ma istintivo timore che i rumori di casa potessero inficiare l’imperscrutabile alchimia che si consumava nei diabolici componenti la cui lucina si intravedeva appena dalle fessure del coperchio posteriore della “macchina”.


A guardare l’impettito e asettico individuo “recitatore” del telegiornale, a me veniva in mente l’aneddoto che zia Graziella aveva raccontato fin troppo spesso: era successo che, alla fine degli anni cinquanta, in un giorno in cui lei e altri contadini era intenti a “attaccare” i pomodori e curare gli altri prodotti di un grande orto, era arrivato di corsa, trafelato e eccitatissimo, un certo Adelmo, un “rumoroso” ma innocuo individuo, unanimemente classificato con la proverbiale e impietosa definizione di “matto”.

Costui aveva raccontato di aver visto, nella «casa dei Signori del paese» una particolare scatola dietro cui c’era un uomo che parlava, ma quel signore che si vedeva dalla scatola non si trovava, in realtà, “dietro la scatola”, ma stava a Roma! E gli increduli braccianti avevano allora riso di cuore, e anzi ne avevano approfittato per rialzarsi e concedere un attimo di sollievo alla schiena sofferente perennemente china a curare gli ortaggi. Avevano quindi tutti preso a almanaccare impietosamente sulla fantasia vulcanica del ragazzo mentalmente disturbato («Come gli vengono in mente certe cose?»).

Ma poi, nei mesi futuri, a tutti quegli incrollabili scettici capitò, chi prima chi dopo, di stupirsi loro stessi osservando da vicino l’indecifrabile marchingegno che, attraverso meccanismi forse satanici, consentiva di vedere il busto parlante di un uomo che non stava lì, ma in remoti luoghi della capitale d’Italia. Allora tutti si erano resi conto che Adelmo aveva ragione ed era stato ingiustamente irriso ma, nel frattempo, lo sfortunato ragazzo era prematuramente passato a miglior vita, sicché nessuno ebbe neanche l’opportunità di scusarsi con lui.


Zia Graziella raccontò per l’ennesima volta l’episodio – con sincero pentimento di donna molto devota – quando sua sorella (mia madre) le mostrò con malcelato orgoglio il pezzo di stupefacente tecnologia che era entrato in casa nostra circa dieci anni dopo quel primo “avvistamento” da parte di Anselmo “il matto”; eravamo, probabilmente, la prima famiglia di tutta la nostra stirpe a usufruire del nuovo miracolo scientifico. E solo pochi mesi dopo, quando avevamo quasi terminato il giro di parenti e vicini di casa invitati a turno ad ammirare la nuova scatola delle meraviglia, dal ronzante e misterioso macchinario arrivarono addirittura le immagini che venivano, non più da Roma, ma addirittura dalla Luna!


Ci mettemmo tempo a capire, mettemmo in comune tutta la poca scienza che ognuno di noi aveva imparato nelle classi elementari e (solo alcuni) in qualche anno di scuola media, per raccapezzarci in mezzo alle confuse informazioni secondo le quali un signore americano, che si chiamava “la NASA”, aveva spedito un aereo fin sopra la Luna dove l’aeromobile era felicemente atterrato e si preparava a ripartire dopo che i suoi occupanti si erano concessi un allegro pic-nic in mezzo a quei nuovi panorami.


Incredibile, prodigioso, inverosimile. Dal muro del salottino dove erano appoggiate, fino a poco tempo prima, poche e povere suppellettili, si vedeva adesso da vicino la desolata superficie del nostro satellite e alcuni coraggiosi uomini vestiti di uno scafandro bianco che sembravano galleggiarci sopra. Tutto era avvenuto in pochi mesi e per i miei anni, che non erano ancora 10, ci volle tempo per realizzare che tutto ciò fosse vero; ero anzi sovente attanagliato da dubbi, titubanze e istintiva diffidenza verso questa e altre realtà che uscivano dal vetro anteriore del parallelepipedo misterioso.
Avrei quasi voluto confrontare i miei dubbi con quelli di Adelmo.

Un pensiero su “Adelmo, lo scemo del villaggio

  1. Bello l'”amarcord” dei primi televisori! Io ricordo quello acquistato da mio padre, un Mivar, che la ditta Marini portava nei bar di paese per una vendita porta a porta!

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