A Pizzoferrato la popolazione lottò per riprendersi il paese.

A Pizzoferrato la popolazione lottò per riprendersi il paese.

“Abruzzo Kaputt” scritto da Gigino Braccili , impegnò l’autore in una ricerca sui partigiani in Abruzzo , regione che ospitò la linea Gustav , dove ci furono tantissimi lutti. Partigiani e alleati da una parte e nazisti coadiuvati dai fascisti dall’altra. Il libro racconta anche l’episodio di Pizzoferrato dove l’intera popolazione ( o quasi) si ribellò e vinse contro gli oppressori. Questa la pagina di storia forse troppo dimenticata

di Luigi Braccili

La storia della riconquista di Pizzoferrato costituisce una delle pagine più belle della resistenza abruzzese.è una pagina a sé che serve a sottolineare il coraggio di un’intera popolazione, lo sforzo di montanari non abituati alla guerra, ma protesi verso il combattimento solo per rientrare in possesso delle loro case spogliate e distrutte dai predoni nazisti. Anche dopo l’impresa che sembrava impossibile e che fu elogiata dagli inglesi al comando del maggiore Wigram .

Abruzzo Kaputt -Luigi Braccili

Non si parlò di eroismo ma di un’intima reazione che portò ad un impulso attivo improntato sulla temerarietà di uomini votati al pericolo. Il nucleo abitativo di Pizzoferrato è sovrastato da uno sperone roccioso su cui sorgono il castello Casati dove si era rifugiato un plotone tedesco ed il santuario della Madonna del Girone. Lassù i tedeschi sembravano chiusi in una botte di ferro: dalle finestre potevano dominare la zona sottostante ed aprire il fuoco su coloro che li minacciavano.

A stanarli da quel rifugio inaccettabile inattaccabile ci provarono prima gli inglesi, che furono respinti con gravi perdite, successivamente si portarono sul posto i paracadutisti della Folgore che nella battaglia di Cassino avevano conquistato le grotte nelle quali si erano appostati i cecchini tedeschi, ma anche in questo caso il castello ed il Santuario rimasero inconquistabile. Lo sperone di Pizzoferrato sembrava inattaccabile. Si fecero avanti allora i volontari del posto, montanari decisi a tutto pur di riavere le proprie case. Erano comandati dal maggiore Valentino d’Aloisio  che con la sua autorità riuscì a tenere unito un manipolo di uomini inesperti nei fatti di guerra ma carichi di tanto coraggio.

Quella gente conosceva passo dopo passo i sentieri rocciosi di quella zona montuosa, sapeva come giungere al castello e dal santuario e sapeva anche che per avere successo sarebbe stato necessario puntare sul fattore sorpresa. La notizia che si stava preparando un attacco al fortilizio dominato dai tedeschi arrivò presto nel bosco “Clarentia” dove furono in molti a rispondere all’appello, non esclusi anziani e bambini del luogo che volevano essere presenti all’azione che avrebbe portato alla riconquista di una località ritenuta simbolica per tutti gli abitanti di Pizzoferrato. Questa volta la montagna fu attaccata, non da professionisti della guerra ma da gente che la conosceva bene.

L’assalto avvenne all’alba e i tedeschi subirono le conseguenze della sorpresa. Non fu facile però dominare quella postazione. L’avvicinamento al santuario della Madonna del Girone fu facilitato dalla velocità  con la quale dei montanari attaccarono le rocce, ma una volta ridosso dei nazisti, i cecchini fecero fuoco con violenza e molti furono feriti tra i volontari di Pizzoferrato, i soldati inglesi e i paracadutisti della Folgore. Si combattè anche all’interno del Santuario e i proiettili non risparmiarono le immagini sacre appese al muro di quel tempio massacrato dalla violenza nazista.

Pizzoferrato fu così liberato e i montanari che avevano determinato il successo di quell’attacco tornarono nell’anonimato che caratterizza la gente umile. Per loro non ci furono riconoscimenti, non ci furono attestati tantomeno benemerenze ma il proprio borgo era tornato libero.

Nel libro che abbiamo presentato con il brano appena letto , Luigi Braccli  parlò anche di  Pietro Benedetti  41 anni, ebanista di Atessa in provincia di Chieti. Fu militante del Partito Comunista. più volte arrestato , l’ultima  nel 1932 e poi  amnistiato. Nel 1941 riprese a Roma l’attività antifascista divenendo, dopo l’8 settembre 1943, commissario politico della 1a Zona di Roma

Sorpreso il 28 dicembre 1943 da Domenico Rodondano, capo della Squadra Politica della Questura di Roma, nel laboratorio d’ebanista di via Properzio n. 39, dove fu scoperto un deposito di armi . Tradotto alla Questura Centrale, poi alle carceri Regina Coeli , processato una prima volta il 29 febbraio 1944 dal Tribunale di Guerra tedesco fu condannato a 15 anni di reclusione e poi nuovamente processato l’1 aprile 1944 dallo stesso  tribunale e condannato a morte .

Fu fucilato il 29 aprile 1944 da plotone della PAI (Polizia Africa Italiana), sugli spalti del Forte Bravetta di Roma. Alice Massali , studentessa di liceo di Roseto  che aveva in precedenza svolto una tesi studiando su “Abruzzo Kaputt” il libro di Gigino Braccili, nel luglio 2016 durante una serata per ricordare lo scrittore ,lesse la lettera che Pietro Benedetti scrisse ai propri figli prima di morire,  

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