Il carnevale e l’Abruzzo

di Elisabetta Mancinelli

IL CARNEVALE

E’ una festa di grande complessità e valore storico, dal punto di vista antropologico un evento corale inteso come rituale di trasmissione, trasformazione e rovesciamento delle parti con il successivo ripristino dell’ordine naturale. 
Ha origini molto antiche, risale a tradizioni precristiane,  alle feste dell’antica Roma riti fortemente propiziatori per la fertilità della terra, dopo la stasi  invernale. Ma i temi religiosi e le pratiche pagane s’intrecciano in virtù degli aspetti più controversi del suo cerimoniale.

                                              ETIMOLOGIA

L’etimologia della parola Carnevale è  molto discussa: potrebbe derivare da “Carnem- levare”: intonare un canto; da “carne-vale” o “carnasciale”, dalla tradizione medievale di consumare un abbondante banchetto di “addio alla carne” la sera precedente il mercoledì delle Ceneri, prima dei digiuni quaresimali e ancora  da “Carna-aval” sempre un invito a non mangiare carne o  dalle Carnalia feste in onore di Saturno e ancora c’è chi la farebbe risalire al “Carrus Navalis” carri a forma di nave usati a Roma nella festa in onore di Iside (Isidis navigium)  che consisteva in una sfilata di maschere al seguito di una barca di legno con l’immagine della dea che veniva portata verso il mare per benedire l’inizio della stagione velica.

                                                      LA STORIA

La festa di Carnevale ha un’origine molto lontana nel tempo. Dalle testimonianze storiche si evince che le maschere siano state utilizzate dall’uomo fin dal Paleolitico quando gli stregoni, durante riti magici e propiziatori, indossavano costumi adornati di piume e sonagli e assumevano aspetti terrificanti grazie a maschere dipinte, nell’intento di scacciare gli spiriti maligni. Ma è soprattutto al mondo greco- romano, alle feste in onore degli dei, che gli studiosi fanno risalire le sue origini. 

I Baccanalia festa orgiastica rituale propria del culto di Bacco, si svolgevano lungo le strade della città e prevedevano l’uso di maschere, baldoria, abbondanti libagioni, e manifestazioni danzanti.

I Cerealia festa  in onore di Cerere e Proserpina che si svolgeva  dal 12 al 19 aprile. La cerimonia prevedeva il ricordo del mito: la ricerca della figlia da parte della madre era rappresentata dal vagabondare delle devote per la città, reggendo una torcia  e vestite rigorosamente di bianco. Si svolgeva di notte, e giovani e vecchi, nobili e plebei  sfilavano tenendo in mano tante fiaccole accese.

Nel periodo pre-solstiziale, in marzo e in dicembre si celebravano nell’antica Roma, i Saturnalia, la ricorrenza più festosa dell’anno. Gli schiavi erano temporaneamente liberi, venivano scambiati doni, si eleggeva una specie di Re Burla. Tale festa in onore del dio Saturno, segnava la fase di passaggio tra il vecchio e il nuovo anno, tra il sole che muore e il nuovo che deve rinascere.

I “Lupercali” invece  si svolgevano a Roma il 15 febbraio in onore del Dio Luperco. Secondo la tradizione, egli sorvegliava le greggi e le proteggeva dall’assalto dei lupi. I suoi sacerdoti, detti luperci, godevano di molto prestigio. Il luogo dove si tenevano i Lupercali era sito nei dintorni della grotta sacra a Luperco, ai piedi del Palatino, la grotta in cui secondo la leggenda una lupa trovò ed allattò i gemelli Romolo e Remo.I Lupercali consentivano alla comunità di purificarsi e prepararsi ad accogliere la primavera ed i suoi frutti, propiziando la fecondità della terra, degli animali e dell’uomo; furono celebrati fino al V° secolo dopo Cristo, quando subentrò una festa Cristiana: San Valentino, la Festa degli Innamorati. Nel Medioevo esso subì una trasformazione per effetto probabilmente della tradizione pietistica e della diffusa pratica mistica. La Manifestazione divenne fondamentalmente un rito di purificazione come è provato dalla scena culminante della festa che consiste nel funerale di Re Carnevale. Questo senza però perdere il carattere trasgressivo di abbandono ai piaceri materiali, come viene rappresentato dai versi dei Canti carnascialeschi di Lorenzo il Magnifico “chi vuol esser lieto sia di doman non v’è certezza….”: un momento in cui vige la più assoluta libertà e tutto diviene lecito: ogni gerarchia decade per lasciare spazio alle maschere, al riso, allo scherzo e alla materialità. Un modo per uscire dal quotidiano, disfarsi del proprio ruolo sociale, negare sé stessi per divenire altro.

Nei nostri tempi dopo alterne vicende di gloria e decadenza, le manifestazioni carnevalesche hanno ripreso con forte vigore e in molti casi, esse sono il frutto del  recupero di tradizioni popolari spesso da lungo tempo dimenticate.

                                              CARNEVALE IN ABRUZZO

Un tempo in Abruzzo, regione di antica cultura e tradizioni agricole e pastorali, dove le attività quotidiane della pastorizia e del lavoro dei campi erano fortemente intrise di religiosità, il Carnevale  racchiudeva  i valori e le credenze di cui viveva il mondo contadino e su cui fondava le proprie attività. Era la festa per eccellenza, con forti valenze simboliche che celebrava la conclusione del ciclo delle festività di fine anno.

Un periodo di tempo che andava da Sant’Antonio Abate, anch’essa  antica festa contadina, che si ricollega  alle altre feste  abruzzesi di fuochi  invernali, al martedì grasso. I carnevali contadini che un tempo animavano le contrade di campagna e le piazze dei borghi e delle città, oggi non sono più tali, ma in Abruzzo nelle rappresentazioni del Carnevale è possibile cogliere ancora i riferimenti col passato e in tanti piccoli centri, alcuni aspetti tradizionali, simboli e cerimoniali vengono riproposti quali sfilate di maschere, abbondanti libagioni , balli e l’usanza di bruciare un fantoccio di cartapesta rappresentanti la Vecchia o Carnevale che un tempo veniva precedentemente processato secondo un rituale teso ad esorcizzare l’anno trascorso con quanto di negativo si voleva distruggere auspicando il passaggio alla bella stagione la primavera con la rinascita della natura.

                                         CARNEVALI  TIPICI  IN  ABRUZZO

In Abruzzo i festeggiamenti per il carnevale sono alquanto sentiti, numerose le feste e le iniziative dei diversi comuni carri allegorici, feste in piazza, sfilate, musiche, balli e rievocazione di tradizioni antiche. 

Uno dei Carnevali  più caratteristici e antichi d’Abruzzo si svolge a Francavilla al Mare. Da più di 50 anni si celebra questa festa che dura dieci giorni e si conclude il martedì grasso. Lungo le strade sfilano sbandieratori, bande musicali e cortei di bambini in maschera guidati da Re Patanello maschera locale e i tradizionali carri allegorici in cartapesta. La costruzione dei carri è affidata ad esperti maestri cartapestai del luogo, e, ogni anno,è ispirata alla caricatura e alla satira di personaggi ed eventi assurti alla ribalta dei media nel corso dell’anno

Pettorano sul Gizio  si  svolge il giorno di Carnevale una manifestazione particolarmente originale La Piazza principale (Zannelli), un tempo cortile dei duchi di Cantelmo, che tennero in feudo il paese per circa tre secoli diventa il palcoscenico della lettura del testamento del  Re Carnevale: in piazza vengono  riferiti tutti i peccati della comunità. Un uomo, fustigatore del malcostume, denuncia in modo ironico i “misfatti” avvenuti in paese, dando lettura pubblica, nella piazza affollata di gente, di un “testamento” che, come da tradizione, prima di essere letto viene visionato dalle autorità locali per eventuali censure.

Crognaleto (Te). 

A Carnevale  rivive  un antico rituale  che presenta aspetti propri di alcune forme del Carnevale spagnolo di tradizione popolare agricolo-pastorale: la presentazione pubblica del primo figlio maschio nato nella famiglia, l'”erede” appunto. È un rito collettivo che prevede un corteo di figuranti a cui si uniscono gli abitanti del paese.  Apre il corteo il declamante, in abiti da pastore e con indosso una corda a cui sono assicurati dei campanelli, in groppa ad un asino chiamato Carnevale bardato a festa, seguono lo spargitore di cenere e dei ragazzi dal volto dipinto di nero che rappresentano sia l’agricoltore che conduce l’aratro, sia i due buoi che lo conducono.

A questo nucleo originario, negli anni si sono aggiunte le figure del Vescovo, della “mammina”, un uomo vestito da levatrice, e di due Guardie. Il corteo dei figuranti  sosta in ciascuna casa dove vi è il nuovo “erede” da festeggiare: lungo il tragitto di casa in casa vi è la rappresentazione dei buoi che fuggono e dei rumorosi  tentativi dell’agricoltore di riprenderli, al fine riuscendoci. Giunto nella casa dell'”erede” il declamante lo prende con sé, in braccio sull’asino, ed inizia a cantare versi che narrano in chiave burlesca e con abbondanza di riferimenti alla sfera sessuale, le vicende dei maschi della casata di appartenenza del bimbo. Conclusa la “canzone dell’erede” segue banchetto a cui partecipano tutti i presenti tra canti, danze e bevute. Al declamante, che non deve mai scendere dall’asino, spetta il primo bicchiere di vino ed il primo  assaggio del pasto di festa. Quindi il corteo si rimette in marcia verso l’abitazione successiva. Le scene vengono ripetute di casa in casa fino a che, con il festeggiamento dell’ultimo “erede” dell’anno, il rituale va a concludersi.

Si perde nel tempo la tradizione di festeggiare a Montorio(Te) un particolare aspetto del Carnevale, cioè quello detto “Carnevale morto”. Sembra derivare direttamente dalla commedia dell’arte l’usanza di festeggiare la morte del Carnevale; occasione, questa, che si drammatizza il giorno delle ceneri, primo della Quaresima, simulando le esequie del Carnevale, appena passato, al quale rendono onore con spirito burlesco e beffardo, inscenando un canovaccio di satira paesana, le maschere vestite a lutto: ad accompagnare il feretro pensa la banda cittadina, che alterna, nel suo incedere, marce funebri a musiche di irriverente allegria.

Ogni Martedì Grasso  Luco dei Marsi, organizza una tradizionale sfilata di Carnevale. Carri animati da personaggi politici, fiabeschi o di pura fantasia ,provenienti anche da paesi limitrofi, sfilano per tutto il pomeriggio  lungo il corso principale del paese ammirati da tutto il popolo Marsicano e anche da persone provenienti da altre zone. Il corteo si ferma per una esibizione in relazione al carro rappresentato solo sotto il palco della giuria formata dal Sindaco,  da un rappresentante di ciascun carro e da  esperti nelle arti visive :scultori, pittori, disegnatori.

Città Sant’Angelo si svolge un vivace e colorato Carnevale festeggiato con stravaganti sfilate di musicisti, danzatori, con un allegro corteo che si snoda per le strade rielaborando i temi classici della festa. La manifestazione trae le sue origini da un personaggio del paese vissuto a fine Ottocento “Ndirucce”, un semplice calzolaio (Antero De Tollis) che si divertiva a declamare al centro del paese i suoi sonetti detti “ ttavitte” che miravano a prendere in giro semplici cittadini e personaggi pubblici e a raccontare i fatti accaduti durante l’anno. La tradizione continua ancora oggi e, nella domenica di Carnevale, vengono messe in scena dalle varie contrade del paese che si sfidano nella piazza principale, rappresentazioni di nuovi “ttvitte”. Una giuria premia i sonetti più umoristici  e il carro più allegorico e più bello.  

Ricostruzione storiografica di Elisabetta Mancinelli 

email : mancinellielisabetta@gmail.com   

I documenti  e le immagini sono tratti dall’Archivio  di Stato, da “Il carnevale tradizionale abruzzese” di F. Stoppa ; da “Folklore abruzzese” Lia Giancristofaro.  

Un commento

  1. Maria Matani

    Interessante!

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